Later by Stephen KingMy rating: 2 of 5 stars

Ma si tratta davvero di un libro di King? Dopo le prime pagine anche notando lo spessore del libro e lo stile molto vago con cui i personaggi vengono appena accennati mi sono subito chiesta se si trattava della scrittura di King…forse aveva dato quest’idea a qualcuno che l’aveva sviluppata perché l’idea effettivamente è davvero accattivante ma il modo in cui viene presentata…non dico che non sia di qualità ma forse frettoloso….
Quando il protagonista comincia a parlare con lo scrittore morto ho cominciato a divertirmi perché cambia atmosfera di punto in bianco, il ritmo è coinvolgente e il modo di scrivere più vitale rispetto alle prime pagine. Anche le battute fatte anche sullo stile dei libri di questo scrittore morto sono divertenti e sembra che finalmente il libro prende una certa piega con una certa storia una missione da compiere qualcosa da fare e vada oltre il semplice fatto che Jamie parla con i morti.
La madre del protagonista mi ricorda molto la madre di Brady su Mister Mercedes e anche il loro rapporto mi sembra sullo stesso stile per quanto sono meno fuori di testa. Si tratta comunque sempre di una madre single con un figlio fuori dal normale e questa madre adora gli alcolici.
Dunque questa madre di Jeremy che lavora nell’editoria ha bisogno di sapere come andrà a finire l’ultimo libro del suo scrittore più fruttuoso che però è morto… immaginavo che la trama non potesse che diventare sempre più coinvolgente anche con l’uso di questo McGuffin (là trama del libro, Che effettivamente è importante per i protagonisti ma che noi non scopriremo mai)….purtroppo però nel giro di pochissime pagine Jamie incontra lo scrittore morto si fa dire la trama e tutto viene risolto tanto che il libro torna ad essere di nuovo piatto, proprio come la storia di Gwendy e la sua scatola dei bottoni.
Il libro sembra non avere una storia precisa fino a quando non ricompare il dinamitardo ma tutto viene sempre preso in considerazione con poca decisione anche se desta interesse non solo per via dei morti che vengono visti ma per il modo preciso e professionale in cui tutto viene descritto presentato e incasellato. Forse anche troppo perché lo scrittore dice di avere vent’anni ma non scrive come un ventenne….
Continuo però a credere che non sia lo stile di King, io vado avanti nella lettura di questo libretto e più ho il sentore che siano le sue idee ma scritte da qualcun altro sotto sua direzione o forse da un altro se stesso che vuole andare in pensione ma ha ancora tantissime idee. Il genio non va in pensione ma forse solo la voglia di stare dietro agli editori. Se “The outsider” e “L’istituto” presentavano la sua immensa capacità di creare personaggi e renderli perfettamente credibili qui ho ritrovato solo lo stile svogliato superficiale e leggero già incontrato nella lettura della scatola dei bottoni, un modo di creare una storia in cui un personaggio molto giovanile viene seguito per molti anni della sua vita niente viene approfondito veramente ma solo alcuni episodi e alcuni personaggi che incontra. Questi giovanotti (Gwendy e Jamie) hanno qualcosa di particolare e soprannaturale che però viene accettato come normale e non ne viene sviluppato il potenziale che avrebbe portato a una storia più elaborata.
C’è anche un collegamento storico con It quando Jamie viene a conoscenza del rito del Chud, un rito secondo il quale bisogna “mordersi la lingua con l’entità malefica che ti perseguita per combattere una battaglia di volontà che si svolge telepaticamente bisogna legarsi inestricabilmente mordendosi la lingua a vicenda”. Per difendersi da un demone Jamie usa lo stesso stratagemma descritto su It solo che su It King lo faceva credere come qualcosa di veritiero e utile e capace di salvare i ragazzi mentre qui viene suggerito da un professore vecchio a un ragazzino che pensa poi dopo (Later) che (parole sue) in realtà le nozioni sul rito erano solo un mucchio di cazzate e così è come se Stephen King ripensando ad It si sia messo a ridere di come avesse propinato questa soluzione ai suoi personaggi per far fuori quel ragno gigante.
Il libro è finito un po’ come è iniziato in modo soft e senza scalpore. Continuo a pensare che è uno stile diverso dai soliti libri di King uno stile diverso da quello a cui ci aveva abituato, questo è modo di scrivere più semplice ma forse si tratta solo di trascrivere in maniera più semplicistica una grande idea perché alla base di questa storia ci sono fatti incredibili e affascinanti ma che sembrano solo accennati e dati per scontati. Si è stufato di scrivere libri? Probabilmente raggiunta la sua fama sa che sulla copertina il suo nome conta più di qualsiasi titolo e per accontentare gli editori con il minimo sforzo riesce a ottenere il massimo risultato. Molto probabilmente se ti rendi conto che riesci a vendere anche scrivendo un libro con un quarto dell’impegno che ci avresti messo di solito…. beh non possiamo certo dargli torto se ora ci propina questa storiella in 304 pagine… Non dico di paragonarlo a It ma già a qualcosa come Se “The outsider” e “L’istituto”, storie rispettabili e moderne… ma qui siamo anni luce da una storia in cui personaggi sembrano vivi. Ribadisco Jamie assomiglia troppo a Gwendy, sono presentato e usati con lo stesso identico stile. Tutto ciò mi porta a un ragionamento: se questo libro e quello della scatola dei bottoni hanno lo stesso stile e l’altro libro era stato scritto insieme ad un altro (qui in Italia sconosciuto) questo l’ha scritto veramente lui? Ovviamente c’è il suo genio dietro ma secondo me il suo genio rimane dietro e si avvale di una banda di ghost writers… tanto per rimanere in tema fantasmi.
Dunque ecco un altro libro di King che si prende due stelle da me e mi sorprendo enormemente dato che ogni volta che comincio a leggere un suo libro mi aspetto grandi cose perché so che le ho sempre trovate. Esattamente questa è la terza volta che rimango delusa, ho provato la stessa sensazione di una sua idea sviluppata da altri non solo con la scatola dei bottoni e con questo ma anche con Joyland.
Ho sempre pensato che lo scrittore non dovesse dire come si sentivano i personaggi descrivendo le emozioni ma facendolo invece capire al lettore descrivendo come si comportavano i personaggi e ho trovato del tutto assurdo il fatto che ogni tot di pagine ci venisse qui ribadito che si trattava di un libro dell’orrore quando in realtà non c’era niente di spaventoso, mai.
Comunque sono fermamente convinta che non si tratta di non sapere più scrivere libri come si faceva prima ma della semplice e pura volontà di non volerlo fare perché, avendo ben chiaro che con un minimo sforzo si raggiunge lo stesso quantitativo monetario, è normale che lo sforzo rimanga minimo. Dopotutto i nuovi lettori che non conoscono il vero King non si lamenteranno mai di questa trama che rimane comunque valida più di molto altro che c’è nel mercato.
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