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Review: Topolino 3424

Topolino 3424 Topolino 3424 by Walt Disney Company
My rating: 1 of 5 stars

Topo

Topolino e il principe della menzogna Il mistero delle Mousinger Primo episodio
La prima storia potrebbe essere interessante anche se stenta a decollare e arranca alla ricerca di una trama rifacendosi a vecchi episodi e così sottolineando la mancanza di nuove idee. La telefonata di Pippo a Topolino è totalmente inutile, solo un riempitivo tra l’altro…..Basta con questi cellulari a Topolinia!!!! Finita la storia si scopre l’esistenza di un concorso e tutto diventa chiaro! Si vede quando una storia è preparata in funzione di un concorso, un concorso che si sviluppa per tutta l’estate ha bisogno di una storia che dura quattro episodi….però così la narrazione è schiava del marketing e ne risente visibilmente… in un meccanismo alquanto grottesco. (C’è uno scimmiottamento: le macchine da scrivere Singer diventano Mousinger)

Musicalisota, Cornelius Day, sesto episodio
Ragazzi questo episodio è davvero pessimo e soprattutto pieno di niente. Già è strano che Qui, Quo e Qua vengono definiti gemelli e uno fa una cosa, uno ne fa un’altra… Poi adesso fanno i teenager ma perché solo questi tre devono crescere? Era meglio continuare come nei Simpson nessuno cresce e rimangono tutti come sono sempre stati. Poi trovo talmente tanto assurdo l’uso estremo di cellulari… E come se un sistema vecchio come quello di Topolino venga ora farcito di modernità inutili per la storia solo per renderlo giovane…poi i Bumpers? Ma che nome è?!

Tip e Tap e l’invasione dei droni
Le prime tre storie sono tutte suddivise in episodi e già mi vedo una riunione dei responsabili di Topolino che discutono su come avere più lettori e pensano che il modo giusto sia quello di frazionare le storie in tanti numeri così che la gente è obbligata a prendere continuamente Topolino per vedere come termina la storia….ma va davvero così? Le storie in episodi sono diluite, non succede niente e le sequenze vengono ripetute per allungarle all’inverosimile e per lasciare una sostanza che effettivamente non esiste. In questa storia abbiamo questa duplicazione di droni grazie a uno strumento di Eta Beta e nient’altro! A me sembra un modo per perdere lettori!… Poi mi accorgo che questa storia è collegata all’ennesimo gadget da costruire con i vari numeri… Il marketing estremo che assoggetta Topolino ne uccide la fantasia la spontaneità e quello che lo caratterizzava un tempo…..in fondo c’è addirittura un’intervista a un esperto di droni… Ma chi se ne frega? Quattro pagine di intervista e altre due per sponsorizzare il gadget… La storia sembra quasi superflua.

Ray e il grande esperimento
Una storia in cui sembra troviamo il nuovo famoso concetto dell’inclusività: Qua ha come amico un ragazzo sulla sedia a rotelle o forse dovrei dire paperotto…? Questo è giù di morale perché il loro fumetto non è stato preso in considerazione dalla casa editrice… Ma se dobbiamo parlare di inclusione tenendo conto del target dei potenziali lettori dobbiamo per forza dire che uno dei tre fratelli è un cantante e sta pure per fare un fumetto? Ma chi ci si ritrova? Invece di tutte queste battute morali di Archimede piene di cliché bastava scrivere andrà tutto bene che avrebbe fatto lo stesso effetto insulso… Su Topolino ormai si è perso proprio il gusto di fare le storie per le storie bisogna sempre pensare a includere tutte le varie categorie (ma io sono sicura che non ci sarà mai un gay) poi bisogna fare la storia per il concorso poi bisogna fare la storia a episodi per il gadget… Ma dove è andato a finire il puro e semplice spirito di scrivere una bella storia fumetti fine a se stessa? Avendo poi già a disposizione personaggi amati da tutti non dovrebbe essere così difficile eppure… Basta, basta, basta con questi cellulari!

Topolinia by Night - Questioni di esperienza
Una di quelle storielle brevi che sembrano quasi una barzelletta… Dopo un furto l’ex collega di Gambadilegno si trova a dover rivendere la refurtiva ed ecco che lui e il “collega” si guardano intorno per strada subito dopo il colpo per cercare un ricettatore… Mi sembra un po’ troppo patetico, una semplicità forzata che fa ridere solo per esserlo…

Young Donald Duck - Episodio 13 - Quando il preside va in vacanza
Innanzitutto ho trovato un po’ di disagio a causa del caos della linea temporale… Stiamo parlando del giovane Paperino che tra l’altro viene definito Donald Duck con l’aggettivo Young ed ecco un altro po’ di inglese maccheronico…. L’editoria ormai è piena di parole inglesi messe lì per conquistare il lettore! Dunque abbiamo il giovane Paperino…a me sembra baby perché sta alle elementari no? Adesso Paperino quanti anni dovremmo avere? Quasi 30 come minimo e ci si aspetta che quando lui andava a scuola non c’erano i cellulari e invece in questo episodio del giovane Donald Duck (episodio che poteva essere vissuto da qualsiasi personaggio del presente) ci troviamo Pippo Minnie Topolino piccoletti e tutti che hanno il cellulare tra l’altro sempre in mano! I prof fanno uso di e-mail computer e tutto è avanzato come al giorno d’oggi…dunque? Che ne è stato della linea temporale? Si è intrecciata aggrovigliata… è stata completamente ignorata… pensate forse che i lettori non riescono a concepire una realtà senza cellulare? A parte ciò questa storia è stata costruita per lanciare un messaggio, una mera morale perbenista riportata a pagina 146: “non esistono ruoli minori ma solo ruoli adatti alla propria passione“. Nella vicenda si provava a fare in modo che i bidelli e tutti gli altri inservienti della scuola prendessero il posto dei professori e vicenda. Poi succedeva che bidelli cuochi giardinieri sapevano fare i professori ma i professori non sapevano fare quello che facevano gli inservienti… dunque? Cos’è un contentino? Tranquilli bidelli cuochi e giardinieri voi siete più bravi dei professori che non sanno fare quello che voi sapete fare…bisogna rispettare i ruoli di tutti ma a volte succede che chi fa il bidello non lo fa per passione… Oppure no?

Un numero di Topolino deludente, in ogni sua storia, e ho scritto perchè lo penso.

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Review: Topolino 3424

Topolino 3424 Topolino 3424 by Walt Disney Company
My rating: 1 of 5 stars

Topo

Topolino e il principe della menzogna Il mistero delle Mousinger Primo episodio
La prima storia potrebbe essere interessante anche se stenta a decollare e arranca alla ricerca di una trama rifacendosi a vecchi episodi e così sottolineando la mancanza di nuove idee. La telefonata di Pippo a Topolino è totalmente inutile, solo un riempitivo tra l’altro…..Basta con questi cellulari a Topolinia!!!! Finita la storia si scopre l’esistenza di un concorso e tutto diventa chiaro! Si vede quando una storia è preparata in funzione di un concorso, un concorso che si sviluppa per tutta l’estate ha bisogno di una storia che dura quattro episodi….però così la narrazione è schiava del marketing e ne risente visibilmente… in un meccanismo alquanto grottesco. (C’è uno scimmiottamento: le macchine da scrivere Singer diventano Mousinger)

Musicalisota, Cornelius Day, sesto episodio
Ragazzi questo episodio è davvero pessimo e soprattutto pieno di niente. Già è strano che Qui, Quo e Qua vengono definiti gemelli e uno fa una cosa, uno ne fa un’altra… Poi adesso fanno i teenager ma perché solo questi tre devono crescere? Era meglio continuare come nei Simpson nessuno cresce e rimangono tutti come sono sempre stati. Poi trovo talmente tanto assurdo l’uso estremo di cellulari… E come se un sistema vecchio come quello di Topolino venga ora farcito di modernità inutili per la storia solo per renderlo giovane…poi i Bumpers? Ma che nome è?!

Tip e Tap e l’invasione dei droni
Le prime tre storie sono tutte suddivise in episodi e già mi vedo una riunione dei responsabili di Topolino che discutono su come avere più lettori e pensano che il modo giusto sia quello di frazionare le storie in tanti numeri così che la gente è obbligata a prendere continuamente Topolino per vedere come termina la storia….ma va davvero così? Le storie in episodi sono diluite, non succede niente e le sequenze vengono ripetute per allungarle all’inverosimile e per lasciare una sostanza che effettivamente non esiste. In questa storia abbiamo questa duplicazione di droni grazie a uno strumento di Eta Beta e nient’altro! A me sembra un modo per perdere lettori!… Poi mi accorgo che questa storia è collegata all’ennesimo gadget da costruire con i vari numeri… Il marketing estremo che assoggetta Topolino ne uccide la fantasia la spontaneità e quello che lo caratterizzava un tempo…..in fondo c’è addirittura un’intervista a un esperto di droni… Ma chi se ne frega? Quattro pagine di intervista e altre due per sponsorizzare il gadget… La storia sembra quasi superflua.

Ray e il grande esperimento
Una storia in cui sembra troviamo il nuovo famoso concetto dell’inclusività: Qua ha come amico un ragazzo sulla sedia a rotelle o forse dovrei dire paperotto…? Questo è giù di morale perché il loro fumetto non è stato preso in considerazione dalla casa editrice… Ma se dobbiamo parlare di inclusione tenendo conto del target dei potenziali lettori dobbiamo per forza dire che uno dei tre fratelli è un cantante e sta pure per fare un fumetto? Ma chi ci si ritrova? Invece di tutte queste battute morali di Archimede piene di cliché bastava scrivere andrà tutto bene che avrebbe fatto lo stesso effetto insulso… Su Topolino ormai si è perso proprio il gusto di fare le storie per le storie bisogna sempre pensare a includere tutte le varie categorie (ma io sono sicura che non ci sarà mai un gay) poi bisogna fare la storia per il concorso poi bisogna fare la storia a episodi per il gadget… Ma dove è andato a finire il puro e semplice spirito di scrivere una bella storia fumetti fine a se stessa? Avendo poi già a disposizione personaggi amati da tutti non dovrebbe essere così difficile eppure… Basta, basta, basta con questi cellulari!

Topolinia by Night - Questioni di esperienza
Una di quelle storielle brevi che sembrano quasi una barzelletta… Dopo un furto l’ex collega di Gambadilegno si trova a dover rivendere la refurtiva ed ecco che lui e il “collega” si guardano intorno per strada subito dopo il colpo per cercare un ricettatore… Mi sembra un po’ troppo patetico, una semplicità forzata che fa ridere solo per esserlo…

Young Donald Duck - Episodio 13 - Quando il preside va in vacanza
Innanzitutto ho trovato un po’ di disagio a causa del caos della linea temporale… Stiamo parlando del giovane Paperino che tra l’altro viene definito Donald Duck con l’aggettivo Young ed ecco un altro po’ di inglese maccheronico…. L’editoria ormai è piena di parole inglesi messe lì per conquistare il lettore! Dunque abbiamo il giovane Paperino…a me sembra baby perché sta alle elementari no? Adesso Paperino quanti anni dovremmo avere? Quasi 30 come minimo e ci si aspetta che quando lui andava a scuola non c’erano i cellulari e invece in questo episodio del giovane Donald Duck (episodio che poteva essere vissuto da qualsiasi personaggio del presente) ci troviamo Pippo Minnie Topolino piccoletti e tutti che hanno il cellulare tra l’altro sempre in mano! I prof fanno uso di e-mail computer e tutto è avanzato come al giorno d’oggi…dunque? Che ne è stato della linea temporale? Si è intrecciata aggrovigliata… è stata completamente ignorata… pensate forse che i lettori non riescono a concepire una realtà senza cellulare? A parte ciò questa storia è stata costruita per lanciare un messaggio, una mera morale perbenista riportata a pagina 146: “non esistono ruoli minori ma solo ruoli adatti alla propria passione“. Nella vicenda si provava a fare in modo che i bidelli e tutti gli altri inservienti della scuola prendessero il posto dei professori e vicenda. Poi succedeva che bidelli cuochi giardinieri sapevano fare i professori ma i professori non sapevano fare quello che facevano gli inservienti… dunque? Cos’è un contentino? Tranquilli bidelli cuochi e giardinieri voi siete più bravi dei professori che non sanno fare quello che voi sapete fare…bisogna rispettare i ruoli di tutti ma a volte succede che chi fa il bidello non lo fa per passione… Oppure no?

Un numero di Topolino deludente, in ogni sua storia, e ho scritto perchè lo penso.

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Review: Red girls

Red girls Red girls by Kazuki Sakuraba
My rating: 3 of 5 stars


“aliennara”

Cominciamo dal fatto che abbiamo un titolo inglese per un romanzo giapponese tradotto in italiano. È interessante vedere come un libro giapponese viene tradotto in italiano ma il titolo viene messo in inglese, non è neanche la traduzione letterale del titolo originale (La leggenda degli Akukuchiba) ma sono due parole inglesi che certo hanno significato per la storia ma risultano scelte solo per le solite question di marketing. Non c’è neanche da discutere su cosa sia più giusto o meno indicato si tratta sempre e solo di attirare il potenziale lettore e quindi acquirente, la copertina è l’unica cosa che effettivamente uno vede quando deve scegliere un libro però tutto ciò fa pensare: allora i libri si scelgono solo in base alla copertina…? Perché l’ho scelto io? Io l’ho preso a caso in biblioteca quindi io il marketing lo sfuggo proprio in una maniera eccellente ma se la maggior parte della gente che si ritrova libreria e tra tanti libri ne deve scegliere uno… sceglie quello con il titolo in inglese? Anche su Wattpad noto che scrittrici italiane scrivono storie in italiano con titoli in inglese e ho come la vaga impressione che queste parole in inglese verrebbero pronunciate all’italiana rendendo il tutto anche più patetico. Mi lascia sempre un po’ interdetta questa storia dei titoli che genera episodi ridicoli anche nella scelta dei titoli dei film per l’Italia e i film assumono sempre più spesso un titolo inglese accompagnato da un sottotitolo italiano e a volte la parte inglese è diversa dal titolo originale… Da una certa idea di ignoranza dilagante… Certo “ragazze rosse” non suonava bene ma allora perché non lasciamo il titolo originale? Andiamo oltre è un discorso che non ho proprio via d’uscita…

La storia nella sua prima parte è molto annacquata da nozioni storiche geografiche e economiche della vita giapponese. La storia inizia l’anno di nascita della nonna della scrittrice ovvero il 43 e percorre la sua vita ma a passi molto grandi e non è molto definita la nonna della protagonista, effettivamente si sa solo che era una veggente e poco altro. La storia è diluita e a volte le parti che parlano di come andassero economia e tutto il resto sono molto noiose. Le parti più belle ovvero quelle di interazioni tra i personaggi che potrebbe essere collocate in qualsiasi ambito storico sono le migliori ma vanno ricercate con cura.

Un personaggio molto interessante è la figlia della domestica e anche sua madre ma entrambe vengono tenute solo come personaggi marginali.

Mi piace il concetto che la figlia della nonna quindi la madre della protagonista non riesce a vedere la sorellastra e questo è qualcosa puramente magico che viene a poco approfondito ma si perde tra tutte le nozioni storiche.

Nella seconda parte quando non ci sono le descrizioni del periodo storico si passa a scene di vita normale il racconto si fa interessante anche se sembra di guardare un cartone animato soprattutto ciò si evince da ogni discorso diretto molto infantile e colloquiale ma realistico.


Nell’ultima parte la protagonista diventa la nipote, colei che ha parlato in prima persona per tutto il libro e vuole svelare il mistero di quello che ha detto la nonna prima di morire ovvero che ha ucciso qualcuno. Allora comincia l’indagine analizzando la lista di chi tra i morti durante la storia potesse essere stato ucciso dalla nonna. Durante questa ricerca che comunque non è ossessionante ma presa molto alla leggera si sviluppa una teoria davvero interessante che però poi viene smentita con mio grande risentimento. Avevo trovato davvero intrigante la possibilità che la madre della protagonista non fosse morta ma che si era fatta sostituire dalla sua sosia (una che aveva incontrato per caso uguale a lei) e che quindi la nonna aveva ucciso la sosia per far andar via la figlia. Peccato però che poi tutto è stato smentito perché era una fantastica teoria.

Tra l’altro però continuavo a chiedermi se magari la nonna aveva ucciso qualcuno da piccola ed era proprio quello il motivo per cui era stata abbandonata. Un altro punto che avrei voluto invece che fosse stato approfondito di più è il passato della nonna che era stata abbandonata dalla gente della montagna.

L’ultima parte è molto più avvincente delle prime due in quanto non c’è più tutta quella necessità di descrivere in stile documentario l’epoca l’ambiente e quello che succedeva intorno ma si rimane focalizzati sui personaggi che spesso continuano a muoversi come se fosse un cartone animato rendendo la trama il libro e qualsiasi pagina scorrevolissima.

All’inizio della storia mi ero un po’ persa soprattutto a causa dell’elevata quantità di nozioni storiografiche che erano state inserite all’interno della prima parte che quasi sembrava un saggio di storia certo interessantissimo ma rendeva la trama principale annacquata. La trama sarebbe stata interessantissima anche da sola. Certo io che non so niente di Giappone posso approfittare di tutto quello che mi hai insegnato ma a volte uno si vuole solo godere una bella storia senza sentirsi necessariamente istruito sulla realtà, la fiction basta se stessa.

Alla fine del libro l’autrice spiega in modo molto prolisso tutto l’iter che l’ha portata a creare questa storia e lei stessa ci viene a dire che ha suddiviso la storia in tre parti, la prima storiografica, la seconda che parla di una scrittrice di manga e quindi in stile manga e la terza una storia adolescenziale un po’ mystery. Ecco che così ci sono tre stili tre andamenti e tre protagoniste e nessuna delle tre però emerge. Questa eccessiva macchinazione della trama l’ha resa molto fredda anche se era fantastica perché la storia in tutta la sua lunghezza è accattivante affascinante e per noi anche piuttosto nuova come modi di fare. Perlomeno per quanto mi riguarda sono ancora poco abituata a questo stile di scrittura giapponese, di libri giapponesi ancora non ne ho letti molti perché non sono molto popolari, è solo il terzo che leggo ma si nota proprio una differenza di mentalità che traspare da ogni riga…

Dunque la storia è molto costruita con queste tre sezioni, è estremamente realistica ma poco spontanea e assolutamente spersonalizzata così tanto che non si riesce a capire l’autrice che cosa pensa? Ha messo qualcosa di se? Secondo me no certo si capisce che è molto meticolosa ma ho notato una certa mancanza di passione dovuta forse al dover comprendere un così ampio arco di tempo. Molti anni rendono difficile romanzare molte scene perché alla fine si è costretti a fare solo con un riassunto, molte vicende vengono proposte riassunte come se alla fin fine questo libro fosse il riassunto di altri tre.

Alla fine diventa più il libro che cercavo in cui il tempo rallenta e non possono più anni e anni e così facendo ci si può focalizzare meglio sul personaggio e su quello che pensa e prova, su quello che vive e osservandolo più da vicino.

Di sicuro è un mondo diverso dal nostro, una specie di altro pianeta presentato con una storia interessante e spesso mi è sembrato addirittura di guardare un cartone animato (va bene, anime ma significa comunque cartone animato) soprattutto nella seconda parte. Ma forse è una sensazione scaturita dal fatto che il Giappone noi lo conosciamo soprattutto grazie ai manga e ai cartoni… Questo divisione in parti mi è risultata difficile da digerire ma nel complesso un libro che ho apprezzato sempre di più, ci vuole un po’ per capire diversi stili di vita e di scrittura ma alla fine ne vale sempre la pena.
Come sempre osservo la copertina anche se non determina la mia scelta del libro, tanto che li prendo a caso. Nella favolosa copertina abbiamo un disegno di Massimo Dall’Oglio che propone un frammento di manga in cui vorrei entrare….


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Review: Red girls

Red girls Red girls by Kazuki Sakuraba
My rating: 3 of 5 stars


“aliennara”

Cominciamo dal fatto che abbiamo un titolo inglese per un romanzo giapponese tradotto in italiano. È interessante vedere come un libro giapponese viene tradotto in italiano ma il titolo viene messo in inglese, non è neanche la traduzione letterale del titolo originale (La leggenda degli Akukuchiba) ma sono due parole inglesi che certo hanno significato per la storia ma risultano scelte solo per le solite question di marketing. Non c’è neanche da discutere su cosa sia più giusto o meno indicato si tratta sempre e solo di attirare il potenziale lettore e quindi acquirente, la copertina è l’unica cosa che effettivamente uno vede quando deve scegliere un libro però tutto ciò fa pensare: allora i libri si scelgono solo in base alla copertina…? Perché l’ho scelto io? Io l’ho preso a caso in biblioteca quindi io il marketing lo sfuggo proprio in una maniera eccellente ma se la maggior parte della gente che si ritrova libreria e tra tanti libri ne deve scegliere uno… sceglie quello con il titolo in inglese? Anche su Wattpad noto che scrittrici italiane scrivono storie in italiano con titoli in inglese e ho come la vaga impressione che queste parole in inglese verrebbero pronunciate all’italiana rendendo il tutto anche più patetico. Mi lascia sempre un po’ interdetta questa storia dei titoli che genera episodi ridicoli anche nella scelta dei titoli dei film per l’Italia e i film assumono sempre più spesso un titolo inglese accompagnato da un sottotitolo italiano e a volte la parte inglese è diversa dal titolo originale… Da una certa idea di ignoranza dilagante… Certo “ragazze rosse” non suonava bene ma allora perché non lasciamo il titolo originale? Andiamo oltre è un discorso che non ho proprio via d’uscita…

La storia nella sua prima parte è molto annacquata da nozioni storiche geografiche e economiche della vita giapponese. La storia inizia l’anno di nascita della nonna della scrittrice ovvero il 43 e percorre la sua vita ma a passi molto grandi e non è molto definita la nonna della protagonista, effettivamente si sa solo che era una veggente e poco altro. La storia è diluita e a volte le parti che parlano di come andassero economia e tutto il resto sono molto noiose. Le parti più belle ovvero quelle di interazioni tra i personaggi che potrebbe essere collocate in qualsiasi ambito storico sono le migliori ma vanno ricercate con cura.

Un personaggio molto interessante è la figlia della domestica e anche sua madre ma entrambe vengono tenute solo come personaggi marginali.

Mi piace il concetto che la figlia della nonna quindi la madre della protagonista non riesce a vedere la sorellastra e questo è qualcosa puramente magico che viene a poco approfondito ma si perde tra tutte le nozioni storiche.

Nella seconda parte quando non ci sono le descrizioni del periodo storico si passa a scene di vita normale il racconto si fa interessante anche se sembra di guardare un cartone animato soprattutto ciò si evince da ogni discorso diretto molto infantile e colloquiale ma realistico.


Nell’ultima parte la protagonista diventa la nipote, colei che ha parlato in prima persona per tutto il libro e vuole svelare il mistero di quello che ha detto la nonna prima di morire ovvero che ha ucciso qualcuno. Allora comincia l’indagine analizzando la lista di chi tra i morti durante la storia potesse essere stato ucciso dalla nonna. Durante questa ricerca che comunque non è ossessionante ma presa molto alla leggera si sviluppa una teoria davvero interessante che però poi viene smentita con mio grande risentimento. Avevo trovato davvero intrigante la possibilità che la madre della protagonista non fosse morta ma che si era fatta sostituire dalla sua sosia (una che aveva incontrato per caso uguale a lei) e che quindi la nonna aveva ucciso la sosia per far andar via la figlia. Peccato però che poi tutto è stato smentito perché era una fantastica teoria.

Tra l’altro però continuavo a chiedermi se magari la nonna aveva ucciso qualcuno da piccola ed era proprio quello il motivo per cui era stata abbandonata. Un altro punto che avrei voluto invece che fosse stato approfondito di più è il passato della nonna che era stata abbandonata dalla gente della montagna.

L’ultima parte è molto più avvincente delle prime due in quanto non c’è più tutta quella necessità di descrivere in stile documentario l’epoca l’ambiente e quello che succedeva intorno ma si rimane focalizzati sui personaggi che spesso continuano a muoversi come se fosse un cartone animato rendendo la trama il libro e qualsiasi pagina scorrevolissima.

All’inizio della storia mi ero un po’ persa soprattutto a causa dell’elevata quantità di nozioni storiografiche che erano state inserite all’interno della prima parte che quasi sembrava un saggio di storia certo interessantissimo ma rendeva la trama principale annacquata. La trama sarebbe stata interessantissima anche da sola. Certo io che non so niente di Giappone posso approfittare di tutto quello che mi hai insegnato ma a volte uno si vuole solo godere una bella storia senza sentirsi necessariamente istruito sulla realtà, la fiction basta se stessa.

Alla fine del libro l’autrice spiega in modo molto prolisso tutto l’iter che l’ha portata a creare questa storia e lei stessa ci viene a dire che ha suddiviso la storia in tre parti, la prima storiografica, la seconda che parla di una scrittrice di manga e quindi in stile manga e la terza una storia adolescenziale un po’ mystery. Ecco che così ci sono tre stili tre andamenti e tre protagoniste e nessuna delle tre però emerge. Questa eccessiva macchinazione della trama l’ha resa molto fredda anche se era fantastica perché la storia in tutta la sua lunghezza è accattivante affascinante e per noi anche piuttosto nuova come modi di fare. Perlomeno per quanto mi riguarda sono ancora poco abituata a questo stile di scrittura giapponese, di libri giapponesi ancora non ne ho letti molti perché non sono molto popolari, è solo il terzo che leggo ma si nota proprio una differenza di mentalità che traspare da ogni riga…

Dunque la storia è molto costruita con queste tre sezioni, è estremamente realistica ma poco spontanea e assolutamente spersonalizzata così tanto che non si riesce a capire l’autrice che cosa pensa? Ha messo qualcosa di se? Secondo me no certo si capisce che è molto meticolosa ma ho notato una certa mancanza di passione dovuta forse al dover comprendere un così ampio arco di tempo. Molti anni rendono difficile romanzare molte scene perché alla fine si è costretti a fare solo con un riassunto, molte vicende vengono proposte riassunte come se alla fin fine questo libro fosse il riassunto di altri tre.

Alla fine diventa più il libro che cercavo in cui il tempo rallenta e non possono più anni e anni e così facendo ci si può focalizzare meglio sul personaggio e su quello che pensa e prova, su quello che vive e osservandolo più da vicino.

Di sicuro è un mondo diverso dal nostro, una specie di altro pianeta presentato con una storia interessante e spesso mi è sembrato addirittura di guardare un cartone animato (va bene, anime ma significa comunque cartone animato) soprattutto nella seconda parte. Ma forse è una sensazione scaturita dal fatto che il Giappone noi lo conosciamo soprattutto grazie ai manga e ai cartoni… Questo divisione in parti mi è risultata difficile da digerire ma nel complesso un libro che ho apprezzato sempre di più, ci vuole un po’ per capire diversi stili di vita e di scrittura ma alla fine ne vale sempre la pena.
Come sempre osservo la copertina anche se non determina la mia scelta del libro, tanto che li prendo a caso. Nella favolosa copertina abbiamo un disegno di Massimo Dall’Oglio che propone un frammento di manga in cui vorrei entrare….


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Review: Later

Later Later by Stephen King
My rating: 2 of 5 stars

Aliennara


Ma si tratta davvero di un libro di King? Dopo le prime pagine anche notando lo spessore del libro e lo stile molto vago con cui i personaggi vengono appena accennati mi sono subito chiesta se si trattava della scrittura di King…forse aveva dato quest’idea a qualcuno che l’aveva sviluppata perché l’idea effettivamente è davvero accattivante ma il modo in cui viene presentata…non dico che non sia di qualità ma forse frettoloso….

Quando il protagonista comincia a parlare con lo scrittore morto ho cominciato a divertirmi perché cambia atmosfera di punto in bianco, il ritmo è coinvolgente e il modo di scrivere più vitale rispetto alle prime pagine. Anche le battute fatte anche sullo stile dei libri di questo scrittore morto sono divertenti e sembra che finalmente il libro prende una certa piega con una certa storia una missione da compiere qualcosa da fare e vada oltre il semplice fatto che Jamie parla con i morti.

La madre del protagonista mi ricorda molto la madre di Brady su Mister Mercedes e anche il loro rapporto mi sembra sullo stesso stile per quanto sono meno fuori di testa. Si tratta comunque sempre di una madre single con un figlio fuori dal normale e questa madre adora gli alcolici.

Dunque questa madre di Jeremy che lavora nell’editoria ha bisogno di sapere come andrà a finire l’ultimo libro del suo scrittore più fruttuoso che però è morto… immaginavo che la trama non potesse che diventare sempre più coinvolgente anche con l’uso di questo McGuffin (là trama del libro, Che effettivamente è importante per i protagonisti ma che noi non scopriremo mai)….purtroppo però nel giro di pochissime pagine Jamie incontra lo scrittore morto si fa dire la trama e tutto viene risolto tanto che il libro torna ad essere di nuovo piatto, proprio come la storia di Gwendy e la sua scatola dei bottoni.

Il libro sembra non avere una storia precisa fino a quando non ricompare il dinamitardo ma tutto viene sempre preso in considerazione con poca decisione anche se desta interesse non solo per via dei morti che vengono visti ma per il modo preciso e professionale in cui tutto viene descritto presentato e incasellato. Forse anche troppo perché lo scrittore dice di avere vent’anni ma non scrive come un ventenne….
Continuo però a credere che non sia lo stile di King, io vado avanti nella lettura di questo libretto e più ho il sentore che siano le sue idee ma scritte da qualcun altro sotto sua direzione o forse da un altro se stesso che vuole andare in pensione ma ha ancora tantissime idee. Il genio non va in pensione ma forse solo la voglia di stare dietro agli editori. Se “The outsider” e “L’istituto” presentavano la sua immensa capacità di creare personaggi e renderli perfettamente credibili qui ho ritrovato solo lo stile svogliato superficiale e leggero già incontrato nella lettura della scatola dei bottoni, un modo di creare una storia in cui un personaggio molto giovanile viene seguito per molti anni della sua vita niente viene approfondito veramente ma solo alcuni episodi e alcuni personaggi che incontra. Questi giovanotti (Gwendy e Jamie) hanno qualcosa di particolare e soprannaturale che però viene accettato come normale e non ne viene sviluppato il potenziale che avrebbe portato a una storia più elaborata.

C’è anche un collegamento storico con It quando Jamie viene a conoscenza del rito del Chud, un rito secondo il quale bisogna “mordersi la lingua con l’entità malefica che ti perseguita per combattere una battaglia di volontà che si svolge telepaticamente bisogna legarsi inestricabilmente mordendosi la lingua a vicenda”. Per difendersi da un demone Jamie usa lo stesso stratagemma descritto su It solo che su It King lo faceva credere come qualcosa di veritiero e utile e capace di salvare i ragazzi mentre qui viene suggerito da un professore vecchio a un ragazzino che pensa poi dopo (Later) che (parole sue) in realtà le nozioni sul rito erano solo un mucchio di cazzate e così è come se Stephen King ripensando ad It si sia messo a ridere di come avesse propinato questa soluzione ai suoi personaggi per far fuori quel ragno gigante.

Il libro è finito un po’ come è iniziato in modo soft e senza scalpore. Continuo a pensare che è uno stile diverso dai soliti libri di King uno stile diverso da quello a cui ci aveva abituato, questo è modo di scrivere più semplice ma forse si tratta solo di trascrivere in maniera più semplicistica una grande idea perché alla base di questa storia ci sono fatti incredibili e affascinanti ma che sembrano solo accennati e dati per scontati. Si è stufato di scrivere libri? Probabilmente raggiunta la sua fama sa che sulla copertina il suo nome conta più di qualsiasi titolo e per accontentare gli editori con il minimo sforzo riesce a ottenere il massimo risultato. Molto probabilmente se ti rendi conto che riesci a vendere anche scrivendo un libro con un quarto dell’impegno che ci avresti messo di solito…. beh non possiamo certo dargli torto se ora ci propina questa storiella in 304 pagine… Non dico di paragonarlo a It ma già a qualcosa come Se “The outsider” e “L’istituto”, storie rispettabili e moderne… ma qui siamo anni luce da una storia in cui personaggi sembrano vivi. Ribadisco Jamie assomiglia troppo a Gwendy, sono presentato e usati con lo stesso identico stile. Tutto ciò mi porta a un ragionamento: se questo libro e quello della scatola dei bottoni hanno lo stesso stile e l’altro libro era stato scritto insieme ad un altro (qui in Italia sconosciuto) questo l’ha scritto veramente lui? Ovviamente c’è il suo genio dietro ma secondo me il suo genio rimane dietro e si avvale di una banda di ghost writers… tanto per rimanere in tema fantasmi.

Dunque ecco un altro libro di King che si prende due stelle da me e mi sorprendo enormemente dato che ogni volta che comincio a leggere un suo libro mi aspetto grandi cose perché so che le ho sempre trovate. Esattamente questa è la terza volta che rimango delusa, ho provato la stessa sensazione di una sua idea sviluppata da altri non solo con la scatola dei bottoni e con questo ma anche con Joyland.

Ho sempre pensato che lo scrittore non dovesse dire come si sentivano i personaggi descrivendo le emozioni ma facendolo invece capire al lettore descrivendo come si comportavano i personaggi e ho trovato del tutto assurdo il fatto che ogni tot di pagine ci venisse qui ribadito che si trattava di un libro dell’orrore quando in realtà non c’era niente di spaventoso, mai.

Comunque sono fermamente convinta che non si tratta di non sapere più scrivere libri come si faceva prima ma della semplice e pura volontà di non volerlo fare perché, avendo ben chiaro che con un minimo sforzo si raggiunge lo stesso quantitativo monetario, è normale che lo sforzo rimanga minimo. Dopotutto i nuovi lettori che non conoscono il vero King non si lamenteranno mai di questa trama che rimane comunque valida più di molto altro che c’è nel mercato.



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Review: Later

Later Later by Stephen King
My rating: 2 of 5 stars

Aliennara


Ma si tratta davvero di un libro di King? Dopo le prime pagine anche notando lo spessore del libro e lo stile molto vago con cui i personaggi vengono appena accennati mi sono subito chiesta se si trattava della scrittura di King…forse aveva dato quest’idea a qualcuno che l’aveva sviluppata perché l’idea effettivamente è davvero accattivante ma il modo in cui viene presentata…non dico che non sia di qualità ma forse frettoloso….

Quando il protagonista comincia a parlare con lo scrittore morto ho cominciato a divertirmi perché cambia atmosfera di punto in bianco, il ritmo è coinvolgente e il modo di scrivere più vitale rispetto alle prime pagine. Anche le battute fatte anche sullo stile dei libri di questo scrittore morto sono divertenti e sembra che finalmente il libro prende una certa piega con una certa storia una missione da compiere qualcosa da fare e vada oltre il semplice fatto che Jamie parla con i morti.

La madre del protagonista mi ricorda molto la madre di Brady su Mister Mercedes e anche il loro rapporto mi sembra sullo stesso stile per quanto sono meno fuori di testa. Si tratta comunque sempre di una madre single con un figlio fuori dal normale e questa madre adora gli alcolici.

Dunque questa madre di Jeremy che lavora nell’editoria ha bisogno di sapere come andrà a finire l’ultimo libro del suo scrittore più fruttuoso che però è morto… immaginavo che la trama non potesse che diventare sempre più coinvolgente anche con l’uso di questo McGuffin (là trama del libro, Che effettivamente è importante per i protagonisti ma che noi non scopriremo mai)….purtroppo però nel giro di pochissime pagine Jamie incontra lo scrittore morto si fa dire la trama e tutto viene risolto tanto che il libro torna ad essere di nuovo piatto, proprio come la storia di Gwendy e la sua scatola dei bottoni.

Il libro sembra non avere una storia precisa fino a quando non ricompare il dinamitardo ma tutto viene sempre preso in considerazione con poca decisione anche se desta interesse non solo per via dei morti che vengono visti ma per il modo preciso e professionale in cui tutto viene descritto presentato e incasellato. Forse anche troppo perché lo scrittore dice di avere vent’anni ma non scrive come un ventenne….
Continuo però a credere che non sia lo stile di King, io vado avanti nella lettura di questo libretto e più ho il sentore che siano le sue idee ma scritte da qualcun altro sotto sua direzione o forse da un altro se stesso che vuole andare in pensione ma ha ancora tantissime idee. Il genio non va in pensione ma forse solo la voglia di stare dietro agli editori. Se “The outsider” e “L’istituto” presentavano la sua immensa capacità di creare personaggi e renderli perfettamente credibili qui ho ritrovato solo lo stile svogliato superficiale e leggero già incontrato nella lettura della scatola dei bottoni, un modo di creare una storia in cui un personaggio molto giovanile viene seguito per molti anni della sua vita niente viene approfondito veramente ma solo alcuni episodi e alcuni personaggi che incontra. Questi giovanotti (Gwendy e Jamie) hanno qualcosa di particolare e soprannaturale che però viene accettato come normale e non ne viene sviluppato il potenziale che avrebbe portato a una storia più elaborata.

C’è anche un collegamento storico con It quando Jamie viene a conoscenza del rito del Chud, un rito secondo il quale bisogna “mordersi la lingua con l’entità malefica che ti perseguita per combattere una battaglia di volontà che si svolge telepaticamente bisogna legarsi inestricabilmente mordendosi la lingua a vicenda”. Per difendersi da un demone Jamie usa lo stesso stratagemma descritto su It solo che su It King lo faceva credere come qualcosa di veritiero e utile e capace di salvare i ragazzi mentre qui viene suggerito da un professore vecchio a un ragazzino che pensa poi dopo (Later) che (parole sue) in realtà le nozioni sul rito erano solo un mucchio di cazzate e così è come se Stephen King ripensando ad It si sia messo a ridere di come avesse propinato questa soluzione ai suoi personaggi per far fuori quel ragno gigante.

Il libro è finito un po’ come è iniziato in modo soft e senza scalpore. Continuo a pensare che è uno stile diverso dai soliti libri di King uno stile diverso da quello a cui ci aveva abituato, questo è modo di scrivere più semplice ma forse si tratta solo di trascrivere in maniera più semplicistica una grande idea perché alla base di questa storia ci sono fatti incredibili e affascinanti ma che sembrano solo accennati e dati per scontati. Si è stufato di scrivere libri? Probabilmente raggiunta la sua fama sa che sulla copertina il suo nome conta più di qualsiasi titolo e per accontentare gli editori con il minimo sforzo riesce a ottenere il massimo risultato. Molto probabilmente se ti rendi conto che riesci a vendere anche scrivendo un libro con un quarto dell’impegno che ci avresti messo di solito…. beh non possiamo certo dargli torto se ora ci propina questa storiella in 304 pagine… Non dico di paragonarlo a It ma già a qualcosa come Se “The outsider” e “L’istituto”, storie rispettabili e moderne… ma qui siamo anni luce da una storia in cui personaggi sembrano vivi. Ribadisco Jamie assomiglia troppo a Gwendy, sono presentato e usati con lo stesso identico stile. Tutto ciò mi porta a un ragionamento: se questo libro e quello della scatola dei bottoni hanno lo stesso stile e l’altro libro era stato scritto insieme ad un altro (qui in Italia sconosciuto) questo l’ha scritto veramente lui? Ovviamente c’è il suo genio dietro ma secondo me il suo genio rimane dietro e si avvale di una banda di ghost writers… tanto per rimanere in tema fantasmi.

Dunque ecco un altro libro di King che si prende due stelle da me e mi sorprendo enormemente dato che ogni volta che comincio a leggere un suo libro mi aspetto grandi cose perché so che le ho sempre trovate. Esattamente questa è la terza volta che rimango delusa, ho provato la stessa sensazione di una sua idea sviluppata da altri non solo con la scatola dei bottoni e con questo ma anche con Joyland.

Ho sempre pensato che lo scrittore non dovesse dire come si sentivano i personaggi descrivendo le emozioni ma facendolo invece capire al lettore descrivendo come si comportavano i personaggi e ho trovato del tutto assurdo il fatto che ogni tot di pagine ci venisse qui ribadito che si trattava di un libro dell’orrore quando in realtà non c’era niente di spaventoso, mai.

Comunque sono fermamente convinta che non si tratta di non sapere più scrivere libri come si faceva prima ma della semplice e pura volontà di non volerlo fare perché, avendo ben chiaro che con un minimo sforzo si raggiunge lo stesso quantitativo monetario, è normale che lo sforzo rimanga minimo. Dopotutto i nuovi lettori che non conoscono il vero King non si lamenteranno mai di questa trama che rimane comunque valida più di molto altro che c’è nel mercato.



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Review: Dopo di te

Dopo di te Dopo di te by Jojo Moyes
My rating: 1 of 5 stars

“aliennara”

Non sapevo niente di questo libro e dopo averlo iniziato non mi ero neanche accorta che era il seguito di un altro. Quando ho scoperto che c’era addirittura un film tratto dal primo libro ho capito che quello che pensavo fosse l’inizio di una storia che aveva intenzione di andare in flash back era in realtà una trama basata su qualcosa di già scritto. Già dalle prime pagine infatti si fa riferimento alla storia precedente di Will e si capisce subito tutto, dato che comunque il primo libro non è certo caratterizzato da una trama complessa.

È chiaro che il primo libro affrontava un tema piuttosto spinoso e, anche se non l’ho letto, ho guardato il film con lo screen play della stessa scrittrice quindi posso ritenermi sicura che il film mi abbia detto esattamente quello che voleva dire il libro. Il tema è chiaro e limpido anche se mi è passato per la mente che fosse stato affrontato da chi non aveva vissuto niente di simile a quello che Louisa ha affrontato: la persona che ami decide di uccidersi perché invalida. Dopo il film ci sono state un sacco di proteste (del tutto patetiche ma ehi chi si sorprende più?) e molto probabilmente la scrittrice puntava proprio a queste proteste perché le critiche sono una forma di pubblicità tra l’altro gratuita. Il tema romantico attira già di base il tema romantico con la malattia anche di più, figuriamoci il tema romantico con malattia e tragedia finale. Non voglio soffermarmi però sul commentare le vicende del primo dato che effettivamente qui stiamo a parlare del secondo. In questo secondo viene affrontato un tema altrettanto spinoso ovvero quello che succede dopo la morte di una persona cara a chi rimane. La scrittrice dice chiaramente con la sua trama sempliciotta e semplicistica che si deve andare avanti e trovarsi un’altra persona cara e non bisogna rimanere ancorati al passato e pensare solo a chi si è perduto. Questo è il pensiero politicamente corretto che tutti ti diranno. Ma è giusto? Penso che nel momento in cui una persona è in lutto e sente la necessità di rifarsi una vita ha già risolto la questione e se ti poni la domanda lo faccio o non lo faccio sei già sulla via del farlo perché rimanere ancorati al passato è una cosa spontanea ma possiamo davvero dire che è sbagliato? Questo libro propone di pensare principalmente alla vita di chi è rimasto che deve andare avanti… Sono d’accordo? Sì o no? No! Non sono per niente d’accordo. La scrittrice pensa che si deve andare avanti ma ho l’impressione che questo suo dare un’opinione sia completamente scardinato da una reale esperienza uguale a quella di Lou. Non è riuscita a farci credere neanche lontanamente che sia mai stata coinvolta in un tale dolore e inoltre su Wikipedia, la pagina inglese del film sul primo libro, si legge che rispondendo alle proteste ha ammesso di essersi spirata per la malattia di Will a qualche parente che aveva qualcosa di simile… Dunque una storia la sua totalmente lontana da quella di Louisa. Solo che tu mi vieni a dire che se muore qualcuno devi andare avanti ma qui non stiamo parlando di un lontano amico o un qualche parente ma di quello che sembra essere l’amore della tua vita e se tu non lo hai perduto non penso che dovresti stare lì a sciorinare teorie perbenistiche che mettono in risalto il benessere di chi rimane. È una questione troppo personale per dare un consiglio perché se sei devastato dalla perdita e non riesci ad andare avanti nessuno ti può obbligare a farlo. Dopotutto se tu sei innamorato di chi è morto non puoi semplicemente sostituirlo con uno vivo perché altrimenti non era amore. E invece Louisa si innamora di questo paramedico sciatto e dal cervello di gallina, Sam, che non ha neanche minimamente il fascino che aveva Will e non si capisce neanche perché Lou se ne innamora in così poco tempo! Era davvero necessario che Louisa si innamorasse di qualcun altro per costruire il seguito della storia precedente? Allora mi viene in mente una situazione metafisica del tutto teorica e impossibile ma se alla fine di questo libro in cui tutti sono felici e contenti e dicono evviva andiamo avanti stiamo tutti bene non fa niente se sono morti noi li pensiamo ma intanto facciamo altro… Ok e se in quel momento tornasse Will? Se a Louisa, che dice quanto ti amo Sam adesso ho capito che devo fare questo e quest’altro, si presentasse Will? Certo non si presenta perchè è morto ma se lo facesse? Chi ha la necessità di andare avanti lo fa senza problemi ma chi tiene troppo a chi se ne è andato non ci pensa neanche minimamente di andare avanti e si ferma.
La verità è che la cara scrittrice ha fatto un sequel perché è più facile vendere il sequel di un libro che ha avuto successo, tutto qui, non aveva proprio niente da dire e si evince da ogni pagina!

Questa storia mi ha un po’ scioccato per gli orribili personaggi che sono stati presentati tanto per riempire i vuoti della trama.
Ecco un bel cliché che magari però ci può stare altrimenti non c’era niente: Louisa incontra Lily, la figlia segreta di Will! Che banalità ma forse per quanto è banale uno riesce ad accettarlo. Ma questa sedicenne è così...scontata.

Il padre di Will adesso ha addirittura una nuova moglie che aspetta una figlia! Ma per favore, una cosa orribile ma proprio schifosa ma come si fa? Alla faccia di chi ha dubbi se andare avanti o meno! Vergognatevi! E questo nonno del cazzo non vuole neanche ospitare la sua nuova nipotina perché questa sua donna nuova non la vuole! Lily avrebbe dovuto mandarli a fare in culo proprio invece dice solo andate al diavolo, non è abbastanza! Forse è questo il problema latente del libro non è potente ha sempre una sorta di filtro.

La potenza della storia di Louisa era sicuramente nell’altro libro questo si trascina, non è noioso ma non c’è niente tranne questo fatto di conoscere Lily e frequentare un gruppo di sostegno in cui la gente finge disperazione e poi va avanti imperterrita. Louisa si sente bene con questo nuovo uomo e addirittura fa un apprezzamento sul fatto che si muove da solo per casa, vaffanculo.

Si passa, oltre la metà del libro, repentinamente da una prima persona a una terza persona per descrivere le vicende di Lily. E così poi si scopre che Lily in verità non è cattiva ma è ricattata da un tipo che le ha fatto scatti compromettenti ed ecco un altro po’ di buonismo! Lily viene descritta in una situazione quasi copiata da “i ragazzi dello zoo di Berlino” ma meno veritiera e scritta per sentito dire.
Ma questo passaggio? Da pagina 238 a pagina 252, su un totale di 380 pagine, si smette di parlare in prima persona ovvero Luisa e si affronta quello che sta succedendo a Lily, ma così? Denota solo che non si è riuscito a trovare un modo più artistico per proseguire in prima persona la trama. La scrittrice si è accorta a pagina 238 che scrivere in prima persona determinata che effettivamente hai solo il punto di vista di una persona! E così ha dovuto aggiungere le vicende di Lily come una telecronaca super parte per riempire un vuoto letterario che altrimenti sarebbe dilagato in una noia mortale.
(Tutto ciò mi ha fatto pensare ai libri di Harry Potter che fino al quinto sono in terza persona ma sempre con Harry in scena e poi dal sesto a causa della complessità delle vicende presentano scene in cui lui effettivamente non c’è ma la scrittrice fortunatamente per lei aveva sempre scritto in terza persona!)

Poi c’è tutta la questione della madre di Louisa che si scopre a volere un po’ di tempo per se e viene citato il femminismo e il fatto che gli uomini non capiscono niente di quanto le donne lavorano per loro… Anche qui si ha la sensazione che la scrittrice non abbia mai provato niente del genere e che per lei il femminismo è solo qualcosa che va di moda e che avrebbe potuto abbellire e rendere più attraente il suo libro.

La trama è veramente sciatta ma ammetto che il punto forte di questo libro è l’umorismo inglese che risplende in tutte le conversazioni tra i familiari di Louisa che sono divertenti un po’ strafottenti e sempre fuori dalle righe (forse troppo).

Alla fine c’è pure una sparatoria gestita in modo patetico da chi non se ne intende di queste situazioni, forse dovresti guardare un po’ più di polizieschi!
Ho sempre sperato che Sam morisse, è un insopportabile palla al piede che mette in discussione tutte le teorie sollevate dalla madre di Louisa.

Ok siamo alle solite per quanto riguarda i ringraziamenti finali! Leggendolo, quasi arrivata alla fine, avevo perso le speranze che si ricordasse dei lettori e quando ho cominciato l’ultimo paragrafo: “e infine, grazie alla schiera di lettori…” Ah! Avevo cominciato ad esultare poi però ho proseguito a leggere e dice grazie alla schiera di lettori “che mi hanno contattato su Twitter Facebook o sul mio sito mostrando così tanto affetto per Louisa da voler sapere che cosa ne era stato di lei!” Incredibile, pensavo che stesse ringraziando chi si era messo a leggere questo libro invece ha ringraziato quelli che le hanno detto di scriverlo e magari poi non l’hanno neppure letto! Forse era meglio che non li stava a sentire.
Sono rimasta incuriosita dal ringraziamento a Penguin Michael Joseph (editore e rivenditore, ho controllato) in cui, dice, ci sono delle “persone che contribuiscono a trasformare una bozza ancora grezza in un prodotto finito che brilla su centinaia di scaffali… “ Detto così sembra quasi che lei ha proposto un’idea che è stata poi scritta da altri…mi sbaglio?
Ringrazia addirittura gli attori del primo film che secondo me non hanno neanche dato un’occhiata a questo secondo libro completamente ignorato dalla cinematografia e ci credo per fare un film serve una trama.

Poi su Wikipedia in inglese di questo libro ho scoperto che c’è anche un secondo sequel che si intitola “Sono sempre io” (Still Me) pubblicato nel 2018… Certo sei sempre te....la cara scrittrice deve ancora puntualizzare sul fatto che Luisa ha tutti i diritti di andare avanti? Ma era davvero innamorata di Will?

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Dopo di te Dopo di te by Jojo Moyes
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“aliennara”

Non sapevo niente di questo libro e dopo averlo iniziato non mi ero neanche accorta che era il seguito di un altro. Quando ho scoperto che c’era addirittura un film tratto dal primo libro ho capito che quello che pensavo fosse l’inizio di una storia che aveva intenzione di andare in flash back era in realtà una trama basata su qualcosa di già scritto. Già dalle prime pagine infatti si fa riferimento alla storia precedente di Will e si capisce subito tutto, dato che comunque il primo libro non è certo caratterizzato da una trama complessa.

È chiaro che il primo libro affrontava un tema piuttosto spinoso e, anche se non l’ho letto, ho guardato il film con lo screen play della stessa scrittrice quindi posso ritenermi sicura che il film mi abbia detto esattamente quello che voleva dire il libro. Il tema è chiaro e limpido anche se mi è passato per la mente che fosse stato affrontato da chi non aveva vissuto niente di simile a quello che Louisa ha affrontato: la persona che ami decide di uccidersi perché invalida. Dopo il film ci sono state un sacco di proteste (del tutto patetiche ma ehi chi si sorprende più?) e molto probabilmente la scrittrice puntava proprio a queste proteste perché le critiche sono una forma di pubblicità tra l’altro gratuita. Il tema romantico attira già di base il tema romantico con la malattia anche di più, figuriamoci il tema romantico con malattia e tragedia finale. Non voglio soffermarmi però sul commentare le vicende del primo dato che effettivamente qui stiamo a parlare del secondo. In questo secondo viene affrontato un tema altrettanto spinoso ovvero quello che succede dopo la morte di una persona cara a chi rimane. La scrittrice dice chiaramente con la sua trama sempliciotta e semplicistica che si deve andare avanti e trovarsi un’altra persona cara e non bisogna rimanere ancorati al passato e pensare solo a chi si è perduto. Questo è il pensiero politicamente corretto che tutti ti diranno. Ma è giusto? Penso che nel momento in cui una persona è in lutto e sente la necessità di rifarsi una vita ha già risolto la questione e se ti poni la domanda lo faccio o non lo faccio sei già sulla via del farlo perché rimanere ancorati al passato è una cosa spontanea ma possiamo davvero dire che è sbagliato? Questo libro propone di pensare principalmente alla vita di chi è rimasto che deve andare avanti… Sono d’accordo? Sì o no? No! Non sono per niente d’accordo. La scrittrice pensa che si deve andare avanti ma ho l’impressione che questo suo dare un’opinione sia completamente scardinato da una reale esperienza uguale a quella di Lou. Non è riuscita a farci credere neanche lontanamente che sia mai stata coinvolta in un tale dolore e inoltre su Wikipedia, la pagina inglese del film sul primo libro, si legge che rispondendo alle proteste ha ammesso di essersi spirata per la malattia di Will a qualche parente che aveva qualcosa di simile… Dunque una storia la sua totalmente lontana da quella di Louisa. Solo che tu mi vieni a dire che se muore qualcuno devi andare avanti ma qui non stiamo parlando di un lontano amico o un qualche parente ma di quello che sembra essere l’amore della tua vita e se tu non lo hai perduto non penso che dovresti stare lì a sciorinare teorie perbenistiche che mettono in risalto il benessere di chi rimane. È una questione troppo personale per dare un consiglio perché se sei devastato dalla perdita e non riesci ad andare avanti nessuno ti può obbligare a farlo. Dopotutto se tu sei innamorato di chi è morto non puoi semplicemente sostituirlo con uno vivo perché altrimenti non era amore. E invece Louisa si innamora di questo paramedico sciatto e dal cervello di gallina, Sam, che non ha neanche minimamente il fascino che aveva Will e non si capisce neanche perché Lou se ne innamora in così poco tempo! Era davvero necessario che Louisa si innamorasse di qualcun altro per costruire il seguito della storia precedente? Allora mi viene in mente una situazione metafisica del tutto teorica e impossibile ma se alla fine di questo libro in cui tutti sono felici e contenti e dicono evviva andiamo avanti stiamo tutti bene non fa niente se sono morti noi li pensiamo ma intanto facciamo altro… Ok e se in quel momento tornasse Will? Se a Louisa, che dice quanto ti amo Sam adesso ho capito che devo fare questo e quest’altro, si presentasse Will? Certo non si presenta perchè è morto ma se lo facesse? Chi ha la necessità di andare avanti lo fa senza problemi ma chi tiene troppo a chi se ne è andato non ci pensa neanche minimamente di andare avanti e si ferma.
La verità è che la cara scrittrice ha fatto un sequel perché è più facile vendere il sequel di un libro che ha avuto successo, tutto qui, non aveva proprio niente da dire e si evince da ogni pagina!

Questa storia mi ha un po’ scioccato per gli orribili personaggi che sono stati presentati tanto per riempire i vuoti della trama.
Ecco un bel cliché che magari però ci può stare altrimenti non c’era niente: Louisa incontra Lily, la figlia segreta di Will! Che banalità ma forse per quanto è banale uno riesce ad accettarlo. Ma questa sedicenne è così...scontata.

Il padre di Will adesso ha addirittura una nuova moglie che aspetta una figlia! Ma per favore, una cosa orribile ma proprio schifosa ma come si fa? Alla faccia di chi ha dubbi se andare avanti o meno! Vergognatevi! E questo nonno del cazzo non vuole neanche ospitare la sua nuova nipotina perché questa sua donna nuova non la vuole! Lily avrebbe dovuto mandarli a fare in culo proprio invece dice solo andate al diavolo, non è abbastanza! Forse è questo il problema latente del libro non è potente ha sempre una sorta di filtro.

La potenza della storia di Louisa era sicuramente nell’altro libro questo si trascina, non è noioso ma non c’è niente tranne questo fatto di conoscere Lily e frequentare un gruppo di sostegno in cui la gente finge disperazione e poi va avanti imperterrita. Louisa si sente bene con questo nuovo uomo e addirittura fa un apprezzamento sul fatto che si muove da solo per casa, vaffanculo.

Si passa, oltre la metà del libro, repentinamente da una prima persona a una terza persona per descrivere le vicende di Lily. E così poi si scopre che Lily in verità non è cattiva ma è ricattata da un tipo che le ha fatto scatti compromettenti ed ecco un altro po’ di buonismo! Lily viene descritta in una situazione quasi copiata da “i ragazzi dello zoo di Berlino” ma meno veritiera e scritta per sentito dire.
Ma questo passaggio? Da pagina 238 a pagina 252, su un totale di 380 pagine, si smette di parlare in prima persona ovvero Luisa e si affronta quello che sta succedendo a Lily, ma così? Denota solo che non si è riuscito a trovare un modo più artistico per proseguire in prima persona la trama. La scrittrice si è accorta a pagina 238 che scrivere in prima persona determinata che effettivamente hai solo il punto di vista di una persona! E così ha dovuto aggiungere le vicende di Lily come una telecronaca super parte per riempire un vuoto letterario che altrimenti sarebbe dilagato in una noia mortale.
(Tutto ciò mi ha fatto pensare ai libri di Harry Potter che fino al quinto sono in terza persona ma sempre con Harry in scena e poi dal sesto a causa della complessità delle vicende presentano scene in cui lui effettivamente non c’è ma la scrittrice fortunatamente per lei aveva sempre scritto in terza persona!)

Poi c’è tutta la questione della madre di Louisa che si scopre a volere un po’ di tempo per se e viene citato il femminismo e il fatto che gli uomini non capiscono niente di quanto le donne lavorano per loro… Anche qui si ha la sensazione che la scrittrice non abbia mai provato niente del genere e che per lei il femminismo è solo qualcosa che va di moda e che avrebbe potuto abbellire e rendere più attraente il suo libro.

La trama è veramente sciatta ma ammetto che il punto forte di questo libro è l’umorismo inglese che risplende in tutte le conversazioni tra i familiari di Louisa che sono divertenti un po’ strafottenti e sempre fuori dalle righe (forse troppo).

Alla fine c’è pure una sparatoria gestita in modo patetico da chi non se ne intende di queste situazioni, forse dovresti guardare un po’ più di polizieschi!
Ho sempre sperato che Sam morisse, è un insopportabile palla al piede che mette in discussione tutte le teorie sollevate dalla madre di Louisa.

Ok siamo alle solite per quanto riguarda i ringraziamenti finali! Leggendolo, quasi arrivata alla fine, avevo perso le speranze che si ricordasse dei lettori e quando ho cominciato l’ultimo paragrafo: “e infine, grazie alla schiera di lettori…” Ah! Avevo cominciato ad esultare poi però ho proseguito a leggere e dice grazie alla schiera di lettori “che mi hanno contattato su Twitter Facebook o sul mio sito mostrando così tanto affetto per Louisa da voler sapere che cosa ne era stato di lei!” Incredibile, pensavo che stesse ringraziando chi si era messo a leggere questo libro invece ha ringraziato quelli che le hanno detto di scriverlo e magari poi non l’hanno neppure letto! Forse era meglio che non li stava a sentire.
Sono rimasta incuriosita dal ringraziamento a Penguin Michael Joseph (editore e rivenditore, ho controllato) in cui, dice, ci sono delle “persone che contribuiscono a trasformare una bozza ancora grezza in un prodotto finito che brilla su centinaia di scaffali… “ Detto così sembra quasi che lei ha proposto un’idea che è stata poi scritta da altri…mi sbaglio?
Ringrazia addirittura gli attori del primo film che secondo me non hanno neanche dato un’occhiata a questo secondo libro completamente ignorato dalla cinematografia e ci credo per fare un film serve una trama.

Poi su Wikipedia in inglese di questo libro ho scoperto che c’è anche un secondo sequel che si intitola “Sono sempre io” (Still Me) pubblicato nel 2018… Certo sei sempre te....la cara scrittrice deve ancora puntualizzare sul fatto che Luisa ha tutti i diritti di andare avanti? Ma era davvero innamorata di Will?

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Review: Ragnarök

Ragnarök Ragnarök by A.S. Byatt
My rating: 1 of 5 stars



Estremamente descrittivo e prolisso nel raccontare la realtà di una ragazzina che legge i miti e anche di più per esporci quello che sta leggendo, storie lontane che risultano complicate anche dalla descrizione infinita quando un’immagine avrebbe reso l’idea molto più rapidamente. A dir la verità ci sono alcune immagini ma in bianco e nero e pasticciose come la descrizione.


La realtà della trama è percorsa da una bambina magra senza nome che, in tempo di guerra, ci parla di due libri che legge:
Viaggio del pellegrino Bunyan
Asgard e gli dei

Un libro noioso fino all’inverosimile senza una vera trama, questa bambina durante la guerra legge questo libro sugli dei nordici e lo paragona alla religione che gli viene imposta ovvero Gesù e il resto… ma la trama?
Ma è legale fare un libro così? Perché qui la trama non esiste insomma questa si è inventata una bambina che legge un libro e poi ci racconta quello che c’è scritto nel libro che tra l’altro sono i miti nordici come le storie di Odino e tutti quegli altri che la Marvel ha usato già da un pezzo, pure Ragnarok! Quindi sembra quasi che al momento di dover scrivere un libro forse per impegni editoriali non avendo nessuna idea ha deciso di fare una specie di saggio usando questo personaggio che non ha neanche un nome che si trova nel cliché della guerra, dunque niente di nuovo. Il personaggio appena abbozzato quasi con noia poteva anche leggerselo ai giorni nostri il libro sui miti....o aveva paura delle ripercussioni che magari si potevano avere nei velati criticismo alla religione cristiana che sono stati inseriti di tanto in tanto… ? Pensieri che non avrebbe mai avuto una bambina obbligata ad andare a catechismo come tutti. Un libro del genere letto da piccoli potrebbe risultare anche piuttosto difficile basti pensare ai nomi..... se vuoi parlare di divinità qualche dio te lo puoi inventare da sola… ci si aspetta che uno scrittore usi la fantasia! Troppe nozioni lontanissime dal nostro modo di pensare e così articolate che sfuggono alla memoria subito dopo essere state lette, già è difficile capirle poi sempre con questa bambina magra nel mezzo che non si capisce a che cosa serve a noi lettori. Allora tanto vale che mi vado a leggere direttamente i miti in questione.


Ancora una volta una donna come Rowling e James è costretta a nascondere il suo essere donna nella copertina del libro che scrive, il suo nome è nascosto, sostituito dalle iniziali e ancora stiamo a parlare di femminismo?

Un libro esasperante e senza una ragione di esistere né una ragione di essere letto e non capisco neanche perché è stato scritto. Alla fine c’è anche bisogno della spiegazione della scrittrice che ci viene a dire che cosa ne pensa dei miti perché ha scelto di scrivere della bambina magra eccetera eccetera quando uno scrittore ha bisogno di spiegarsi significa che c’è qualcosa che non va o non crede in quello che ha scritto o pensa che l’ha scritto troppo confusionario. Sono d’accordo se uno scrive in modo confusionario se è così che viene spontaneo ma non c’è bisogno di spiegarlo, chi lo capisce lo capisce, chi non lo capisce amen! Ma la spiegazione proprio non si può accettare. Alla fine la bambina magra torno a casa, è tornato il padre e vissero tutti felici e contenti anche se poi viene fuori che la madre preferiva stare in guerra perché si divertiva più in campagna quando poteva finalmente insegnare dato che da come ho scoperto le donne hanno potuto lavorare solo mentre gli uomini erano in guerra dunque lei giustamente dice: “cazzo mentre c’era la guerra io stavo meglio anche se non c’era mio marito che stava combattendo in battaglia io stavo meglio perché mi sentivo realizzata come maestra mentre qui non devo fare altro che stare a rammendare le calzette”. Poi questo tipo arriva e deve buttare giù un albero in giardino perché è troppo campagnolo rispetto alla città insomma uno schifo di finale, era meglio davvero l’ambiente guerriero.

Dunque la scrittrice ha lanciato un altro messaggio più o meno velato ovvero quello sulla condizione delle donne utilizzando una storia che storia non è come aveva fatto per informarci che secondo lei anche le teorie della Chiesa e del cristianesimo erano patetiche facendo dire alla bambina magra che non le piacevano. Un libro noioso pieno di parole e leggende che non mi sono arrivate oppure troppo sanguinarie sono state insopportabile da leggere, come quelle dell’uccisione di lupi e creature e di cavalli fatti salire su navi a cui è stato dato fuoco....per carità, basta. Preferisco storie vere, vere nel senso inventate veramente oppure se proprio dobbiamo parlare di Thor e Loki preferisco quelli della Marvel!

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Review: Ragnarök

Ragnarök Ragnarök by A.S. Byatt
My rating: 1 of 5 stars



Estremamente descrittivo e prolisso nel raccontare la realtà di una ragazzina che legge i miti e anche di più per esporci quello che sta leggendo, storie lontane che risultano complicate anche dalla descrizione infinita quando un’immagine avrebbe reso l’idea molto più rapidamente. A dir la verità ci sono alcune immagini ma in bianco e nero e pasticciose come la descrizione.


La realtà della trama è percorsa da una bambina magra senza nome che, in tempo di guerra, ci parla di due libri che legge:
Viaggio del pellegrino Bunyan
Asgard e gli dei

Un libro noioso fino all’inverosimile senza una vera trama, questa bambina durante la guerra legge questo libro sugli dei nordici e lo paragona alla religione che gli viene imposta ovvero Gesù e il resto… ma la trama?
Ma è legale fare un libro così? Perché qui la trama non esiste insomma questa si è inventata una bambina che legge un libro e poi ci racconta quello che c’è scritto nel libro che tra l’altro sono i miti nordici come le storie di Odino e tutti quegli altri che la Marvel ha usato già da un pezzo, pure Ragnarok! Quindi sembra quasi che al momento di dover scrivere un libro forse per impegni editoriali non avendo nessuna idea ha deciso di fare una specie di saggio usando questo personaggio che non ha neanche un nome che si trova nel cliché della guerra, dunque niente di nuovo. Il personaggio appena abbozzato quasi con noia poteva anche leggerselo ai giorni nostri il libro sui miti....o aveva paura delle ripercussioni che magari si potevano avere nei velati criticismo alla religione cristiana che sono stati inseriti di tanto in tanto… ? Pensieri che non avrebbe mai avuto una bambina obbligata ad andare a catechismo come tutti. Un libro del genere letto da piccoli potrebbe risultare anche piuttosto difficile basti pensare ai nomi..... se vuoi parlare di divinità qualche dio te lo puoi inventare da sola… ci si aspetta che uno scrittore usi la fantasia! Troppe nozioni lontanissime dal nostro modo di pensare e così articolate che sfuggono alla memoria subito dopo essere state lette, già è difficile capirle poi sempre con questa bambina magra nel mezzo che non si capisce a che cosa serve a noi lettori. Allora tanto vale che mi vado a leggere direttamente i miti in questione.


Ancora una volta una donna come Rowling e James è costretta a nascondere il suo essere donna nella copertina del libro che scrive, il suo nome è nascosto, sostituito dalle iniziali e ancora stiamo a parlare di femminismo?

Un libro esasperante e senza una ragione di esistere né una ragione di essere letto e non capisco neanche perché è stato scritto. Alla fine c’è anche bisogno della spiegazione della scrittrice che ci viene a dire che cosa ne pensa dei miti perché ha scelto di scrivere della bambina magra eccetera eccetera quando uno scrittore ha bisogno di spiegarsi significa che c’è qualcosa che non va o non crede in quello che ha scritto o pensa che l’ha scritto troppo confusionario. Sono d’accordo se uno scrive in modo confusionario se è così che viene spontaneo ma non c’è bisogno di spiegarlo, chi lo capisce lo capisce, chi non lo capisce amen! Ma la spiegazione proprio non si può accettare. Alla fine la bambina magra torno a casa, è tornato il padre e vissero tutti felici e contenti anche se poi viene fuori che la madre preferiva stare in guerra perché si divertiva più in campagna quando poteva finalmente insegnare dato che da come ho scoperto le donne hanno potuto lavorare solo mentre gli uomini erano in guerra dunque lei giustamente dice: “cazzo mentre c’era la guerra io stavo meglio anche se non c’era mio marito che stava combattendo in battaglia io stavo meglio perché mi sentivo realizzata come maestra mentre qui non devo fare altro che stare a rammendare le calzette”. Poi questo tipo arriva e deve buttare giù un albero in giardino perché è troppo campagnolo rispetto alla città insomma uno schifo di finale, era meglio davvero l’ambiente guerriero.

Dunque la scrittrice ha lanciato un altro messaggio più o meno velato ovvero quello sulla condizione delle donne utilizzando una storia che storia non è come aveva fatto per informarci che secondo lei anche le teorie della Chiesa e del cristianesimo erano patetiche facendo dire alla bambina magra che non le piacevano. Un libro noioso pieno di parole e leggende che non mi sono arrivate oppure troppo sanguinarie sono state insopportabile da leggere, come quelle dell’uccisione di lupi e creature e di cavalli fatti salire su navi a cui è stato dato fuoco....per carità, basta. Preferisco storie vere, vere nel senso inventate veramente oppure se proprio dobbiamo parlare di Thor e Loki preferisco quelli della Marvel!

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Review: Ragnarök

Ragnarök Ragnarök by A.S. Byatt
My rating: 2 of 5 stars



Estremamente descrittivo e prolisso nel raccontare la realtà di una ragazzina che legge i miti e anche di più per esporci quello che sta leggendo, storie lontane che risultano complicate anche dalla descrizione infinita quando un’immagine avrebbe reso l’idea molto più rapidamente. A dir la verità ci sono alcune immagini ma in bianco e nero e pasticciose come la descrizione.


La realtà della trama è percorsa da una bambina magra senza nome che, in tempo di guerra, ci parla di due libri che legge:
Viaggio del pellegrino Bunyan
Asgard e gli dei

Un libro noioso fino all’inverosimile senza una vera trama, questa bambina durante la guerra legge questo libro sugli dei nordici e lo paragona alla religione che gli viene imposta ovvero Gesù e il resto… ma la trama?
Ma è legale fare un libro così? Perché qui la trama non esiste insomma questa si è inventata una bambina che legge un libro e poi ci racconta quello che c’è scritto nel libro che tra l’altro sono i miti nordici come le storie di Odino e tutti quegli altri che la Marvel ha usato già da un pezzo, pure Ragnarok! Quindi sembra quasi che al momento di dover scrivere un libro forse per impegni editoriali non avendo nessuna idea ha deciso di fare una specie di saggio usando questo personaggio che non ha neanche un nome che si trova nel cliché della guerra, dunque niente di nuovo. Il personaggio appena abbozzato quasi con noia poteva anche leggerselo ai giorni nostri il libro sui miti....o aveva paura delle ripercussioni che magari si potevano avere nei velati criticismo alla religione cristiana che sono stati inseriti di tanto in tanto… ? Pensieri che non avrebbe mai avuto una bambina obbligata ad andare a catechismo come tutti. Un libro del genere letto da piccoli potrebbe risultare anche piuttosto difficile basti pensare ai nomi..... se vuoi parlare di divinità qualche dio te lo puoi inventare da sola… ci si aspetta che uno scrittore usi la fantasia! Troppe nozioni lontanissime dal nostro modo di pensare e così articolate che sfuggono alla memoria subito dopo essere state lette, già è difficile capirle poi sempre con questa bambina magra nel mezzo che non si capisce a che cosa serve a noi lettori. Allora tanto vale che mi vado a leggere direttamente i miti in questione.


Ancora una volta una donna come Rowling e James è costretta a nascondere il suo essere donna nella copertina del libro che scrive, il suo nome è nascosto, sostituito dalle iniziali e ancora stiamo a parlare di femminismo?

Un libro esasperante e senza una ragione di esistere né una ragione di essere letto e non capisco neanche perché è stato scritto. Alla fine c’è anche bisogno della spiegazione della scrittrice che ci viene a dire che cosa ne pensa dei miti perché ha scelto di scrivere della bambina magra eccetera eccetera quando uno scrittore ha bisogno di spiegarsi significa che c’è qualcosa che non va o non crede in quello che ha scritto o pensa che l’ha scritto troppo confusionario. Sono d’accordo se uno scrive in modo confusionario se è così che viene spontaneo ma non c’è bisogno di spiegarlo, chi lo capisce lo capisce, chi non lo capisce amen! Ma la spiegazione proprio non si può accettare. Alla fine la bambina magra torno a casa, è tornato il padre e vissero tutti felici e contenti anche se poi viene fuori che la madre preferiva stare in guerra perché si divertiva più in campagna quando poteva finalmente insegnare dato che da come ho scoperto le donne hanno potuto lavorare solo mentre gli uomini erano in guerra dunque lei giustamente dice: “cazzo mentre c’era la guerra io stavo meglio anche se non c’era mio marito che stava combattendo in battaglia io stavo meglio perché mi sentivo realizzata come maestra mentre qui non devo fare altro che stare a rammendare le calzette”. Poi questo tipo arriva e deve buttare giù un albero in giardino perché è troppo campagnolo rispetto alla città insomma uno schifo di finale, era meglio davvero l’ambiente guerriero.

Dunque la scrittrice ha lanciato un altro messaggio più o meno velato ovvero quello sulla condizione delle donne utilizzando una storia che storia non è come aveva fatto per informarci che secondo lei anche le teorie della Chiesa e del cristianesimo erano patetiche facendo dire alla bambina magra che non le piacevano. Un libro noioso pieno di parole e leggende che non mi sono arrivate oppure troppo sanguinarie sono state insopportabile da leggere, come quelle dell’uccisione di lupi e creature e di cavalli fatti salire su navi a cui è stato dato fuoco....per carità, basta. Preferisco storie vere, vere nel senso inventate veramente oppure se proprio dobbiamo parlare di Thor e Loki preferisco quelli della Marvel!

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Review: Ragnarök

Ragnarök Ragnarök by A.S. Byatt
My rating: 2 of 5 stars



Estremamente descrittivo e prolisso nel raccontare la realtà di una ragazzina che legge i miti e anche di più per esporci quello che sta leggendo, storie lontane che risultano complicate anche dalla descrizione infinita quando un’immagine avrebbe reso l’idea molto più rapidamente. A dir la verità ci sono alcune immagini ma in bianco e nero e pasticciose come la descrizione.


La realtà della trama è percorsa da una bambina magra senza nome che, in tempo di guerra, ci parla di due libri che legge:
Viaggio del pellegrino Bunyan
Asgard e gli dei

Un libro noioso fino all’inverosimile senza una vera trama, questa bambina durante la guerra legge questo libro sugli dei nordici e lo paragona alla religione che gli viene imposta ovvero Gesù e il resto… ma la trama?
Ma è legale fare un libro così? Perché qui la trama non esiste insomma questa si è inventata una bambina che legge un libro e poi ci racconta quello che c’è scritto nel libro che tra l’altro sono i miti nordici come le storie di Odino e tutti quegli altri che la Marvel ha usato già da un pezzo, pure Ragnarok! Quindi sembra quasi che al momento di dover scrivere un libro forse per impegni editoriali non avendo nessuna idea ha deciso di fare una specie di saggio usando questo personaggio che non ha neanche un nome che si trova nel cliché della guerra, dunque niente di nuovo. Il personaggio appena abbozzato quasi con noia poteva anche leggerselo ai giorni nostri il libro sui miti....o aveva paura delle ripercussioni che magari si potevano avere nei velati criticismo alla religione cristiana che sono stati inseriti di tanto in tanto… ? Pensieri che non avrebbe mai avuto una bambina obbligata ad andare a catechismo come tutti. Un libro del genere letto da piccoli potrebbe risultare anche piuttosto difficile basti pensare ai nomi..... se vuoi parlare di divinità qualche dio te lo puoi inventare da sola… ci si aspetta che uno scrittore usi la fantasia! Troppe nozioni lontanissime dal nostro modo di pensare e così articolate che sfuggono alla memoria subito dopo essere state lette, già è difficile capirle poi sempre con questa bambina magra nel mezzo che non si capisce a che cosa serve a noi lettori. Allora tanto vale che mi vado a leggere direttamente i miti in questione.


Ancora una volta una donna come Rowling e James è costretta a nascondere il suo essere donna nella copertina del libro che scrive, il suo nome è nascosto, sostituito dalle iniziali e ancora stiamo a parlare di femminismo?

Un libro esasperante e senza una ragione di esistere né una ragione di essere letto e non capisco neanche perché è stato scritto. Alla fine c’è anche bisogno della spiegazione della scrittrice che ci viene a dire che cosa ne pensa dei miti perché ha scelto di scrivere della bambina magra eccetera eccetera quando uno scrittore ha bisogno di spiegarsi significa che c’è qualcosa che non va o non crede in quello che ha scritto o pensa che l’ha scritto troppo confusionario. Sono d’accordo se uno scrive in modo confusionario se è così che viene spontaneo ma non c’è bisogno di spiegarlo, chi lo capisce lo capisce, chi non lo capisce amen! Ma la spiegazione proprio non si può accettare. Alla fine la bambina magra torno a casa, è tornato il padre e vissero tutti felici e contenti anche se poi viene fuori che la madre preferiva stare in guerra perché si divertiva più in campagna quando poteva finalmente insegnare dato che da come ho scoperto le donne hanno potuto lavorare solo mentre gli uomini erano in guerra dunque lei giustamente dice: “cazzo mentre c’era la guerra io stavo meglio anche se non c’era mio marito che stava combattendo in battaglia io stavo meglio perché mi sentivo realizzata come maestra mentre qui non devo fare altro che stare a rammendare le calzette”. Poi questo tipo arriva e deve buttare giù un albero in giardino perché è troppo campagnolo rispetto alla città insomma uno schifo di finale, era meglio davvero l’ambiente guerriero.

Dunque la scrittrice ha lanciato un altro messaggio più o meno velato ovvero quello sulla condizione delle donne utilizzando una storia che storia non è come aveva fatto per informarci che secondo lei anche le teorie della Chiesa e del cristianesimo erano patetiche facendo dire alla bambina magra che non le piacevano. Un libro noioso pieno di parole e leggende che non mi sono arrivate oppure troppo sanguinarie sono state insopportabile da leggere, come quelle dell’uccisione di lupi e creature e di cavalli fatti salire su navi a cui è stato dato fuoco....per carità, basta. Preferisco storie vere, vere nel senso inventate veramente oppure se proprio dobbiamo parlare di Thor e Loki preferisco quelli della Marvel!

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Review: La scatola dei bottoni di Gwendy

La scatola dei bottoni di Gwendy La scatola dei bottoni di Gwendy by Stephen King
My rating: 2 of 5 stars

“aliena”

Forse è meglio che Stephen King scrive da solo… Ho come l’impressione che questo libro non sia altro che una trovata commerciale e non un flusso di fantasia e creatività spontanei come dovrebbe essere per ogni libro. Certo certo tutti devono guadagnare ma si nota tremendamente quando un libro viene scritto per guadagnare e quando invece si guadagna sul libro scritto perché si aveva l’impulso di farlo… Chi lo conosce quest’altro scrittore? Richard Thomas Chizmar, non c’è neanche una pagina Wikipedia in italiano e quando non c’è una pagina Wiki significa che le cose sono pressoché sconosciute....
Durante la lettura ho come avuto l’impressione che questo libro sia stato scritto solo per un 10% da Stephen King che ha sistemato soprattutto le poche parti timidamente horror, come la liquefazione di quel personaggio e la partecipazione dell’uomo con il cappello, tutto nel suo stile ma molto molto soft. Per il resto temo che sia tutta farina del sacco dell’altro… A dir la verità non sono molto convinta di che cosa ci vogliano dire con questa storia e del perché sia stata scritta, ho come l’impressione che (e non riesco a togliermela dalla testa) l’editore per promuovere il nuovo scrittore abbia detto a questo e a Stephen King di fare un libro insieme… Di solito non è da Stephen King lasciare tutto al caso e sono sicura che ci avrebbe spiegato per filo e per segno da dove arrivava quest’uomo con il cappello, chi era lui e che cos’è era questa scatola con i bottoni. Se avesse scritto Stephen King questo libro forse i bottoni sarebbero stati quelli di una sarta, bottoni magici malefici e spettrali ma di sicuro ci avrebbe detto da dove venivano chi li aveva fatti e perché. La storia mi sembra poi un po’ troppo in stile favola della buona notte… frettolosa. Il problema è inoltre che in questa trama non succede niente, ok ci sono questi bottoni e la protagonista ne schiaccia uno ma poi? Non sappiamo cosa sarebbe successo se li avessi usati o forse era sotto inteso e io non l’ho capito? Probabile potrebbe essere anche così… Però mi aspettavo molto di più. Mi è piaciuto il riferimento reale a James Jones (Che ha una pagina Wiki in italiano) e a come sembra che Gwendy abbia provocato il suicidio di massa ma poi alla fine si dice chiaramente che non è colpa sua...quindi?
Non voglio dire che non mi è piaciuta, ho solo trovato la scrittura troppo diversa da quello di King e senza una reale trama ben definita come di solito lui fa. Mi sono piaciuti i disegni, adoro i libri illustrati, e devo dire che hanno fatto di sicuro aumentare di una stella il mio giudizio. Non mi sarei mai aspettata di dare due stelle ad un libro di King ma dopo tutto penso che sia essenzialmente un libro… di quell’altro.






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Review: La scatola dei bottoni di Gwendy

La scatola dei bottoni di Gwendy La scatola dei bottoni di Gwendy by Stephen King
My rating: 2 of 5 stars

“aliena”

Forse è meglio che Stephen King scrive da solo… Ho come l’impressione che questo libro non sia altro che una trovata commerciale e non un flusso di fantasia e creatività spontanei come dovrebbe essere per ogni libro. Certo certo tutti devono guadagnare ma si nota tremendamente quando un libro viene scritto per guadagnare e quando invece si guadagna sul libro scritto perché si aveva l’impulso di farlo… Chi lo conosce quest’altro scrittore? Richard Thomas Chizmar, non c’è neanche una pagina Wikipedia in italiano e quando non c’è una pagina Wiki significa che le cose sono pressoché sconosciute....
Durante la lettura ho come avuto l’impressione che questo libro sia stato scritto solo per un 10% da Stephen King che ha sistemato soprattutto le poche parti timidamente horror, come la liquefazione di quel personaggio e la partecipazione dell’uomo con il cappello, tutto nel suo stile ma molto molto soft. Per il resto temo che sia tutta farina del sacco dell’altro… A dir la verità non sono molto convinta di che cosa ci vogliano dire con questa storia e del perché sia stata scritta, ho come l’impressione che (e non riesco a togliermela dalla testa) l’editore per promuovere il nuovo scrittore abbia detto a questo e a Stephen King di fare un libro insieme… Di solito non è da Stephen King lasciare tutto al caso e sono sicura che ci avrebbe spiegato per filo e per segno da dove arrivava quest’uomo con il cappello, chi era lui e che cos’è era questa scatola con i bottoni. Se avesse scritto Stephen King questo libro forse i bottoni sarebbero stati quelli di una sarta, bottoni magici malefici e spettrali ma di sicuro ci avrebbe detto da dove venivano chi li aveva fatti e perché. La storia mi sembra poi un po’ troppo in stile favola della buona notte… frettolosa. Il problema è inoltre che in questa trama non succede niente, ok ci sono questi bottoni e la protagonista ne schiaccia uno ma poi? Non sappiamo cosa sarebbe successo se li avessi usati o forse era sotto inteso e io non l’ho capito? Probabile potrebbe essere anche così… Però mi aspettavo molto di più. Mi è piaciuto il riferimento reale a James Jones (Che ha una pagina Wiki in italiano) e a come sembra che Gwendy abbia provocato il suicidio di massa ma poi alla fine si dice chiaramente che non è colpa sua...quindi?
Non voglio dire che non mi è piaciuta, ho solo trovato la scrittura troppo diversa da quello di King e senza una reale trama ben definita come di solito lui fa. Mi sono piaciuti i disegni, adoro i libri illustrati, e devo dire che hanno fatto di sicuro aumentare di una stella il mio giudizio. Non mi sarei mai aspettata di dare due stelle ad un libro di King ma dopo tutto penso che sia essenzialmente un libro… di quell’altro.






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Review: Il bacio di mezzanotte

Il bacio di mezzanotte Il bacio di mezzanotte by Lara Adrian
My rating: 2 of 5 stars



Voglio iniziare subito tracciando una linea temporale di pubblicazione di tre libri (tutti primi di una saga) che sembrano a a mio avviso concatenati o forse casualmente simili:
Twilight di Stephenie Meyer 2005
Il bacio di mezzanotte di Lara Adrian 2007
Cinquanta sfumature di grigio (Master of the Universe) di E. L. James 2011

Quello che mi piace sempre osservare in una trama è la cosiddetta originalità e fantasia. Per quanto questo sia pieno di vampiri mi sono subito un po’ allarmata dato anche tutto il resto che avevo letto perché a un certo punto questo libro cambia atteggiamento e sembra essere quasi una via di mezzo tra Twilight e le Sfumature! Ed è per questo che sono andata a fare questa semplice timeline che mi ha permesso di fare un’ipotesi spontanea:

Stephanie ha scritto Twilight, il più originale ma anche soft per come i temi trattati erano puliti, addirittura i film senza sangue ma non è questo il momento per parlarne.

Lara ha letto questo libro e ha detto che i vampiri potevano essere anche un po’ più aggressivi e anche ovviamente più sexy. Allora che cosa fatto ha creato? La solita storia del maschio vampiro che incontra un’umana e si innamorano ma questi sono anche molto fisici con tre o quattro scene molto in stile sfumature

Poi è arrivata James ha letto Twilight poi ho visto che c’era questa Lara che aveva giustamente capito che i vampiri sono un po’ più aggressivi e ha detto: “prendo questi vampiri più affascinanti e anche accattivanti e gli faccio fare delle cose più sporche”

Insomma io la vedo così poi quello che è successo veramente non lo sa nessuno. Mi sono letta tutto questo libro e devo proprio dire che questi vampiri sono molto poveri non solo di sentimenti ma proprio come caratteristiche, tanti che è difficile anzi impossibile affezionarsi a Lucan come invece una si poteva affezionare a Edward a a Christian, questo Lucan rimane una statua, bello impossibile ma anche molto sfumato proprio come lo è Gabrielle. La normalità per così dire del personaggio femminile comunque è qualcosa di proprio anche agli altri due libri perché rende più semplice l’impersonificazione della lettrice perché diciamocelo chiaramente sono libri da donne anzi da donne che vogliono leggere qualcosa di leggero perché insomma la trama in nessuno dei tre è articolata forse quella di Twilight è la più elaborata ma anche in questo libro, il bacio di mezzanotte, le cose che succedono sono pochissime oltre al fatto principale che questi due si conoscono. Nel momento in cui viene presentato lei e poi lui si capisce come andrà finire.

Ci sono delle piccole novità che forse era meglio evitare (come avevo trovato del tutto assurdo il fatto che Edward diventasse luminoso al sole). Penso che lasciare la tradizione intatta sia più sensato. Che cosa ha cambiato Lara? Sono rimasta quasi scioccata nel leggere l’origine aliena dei suoi vampiri ovvero sono giunti qui da un altro pianeta. Secondo Lara questi vampiri caddero sulla Terra tantissimi anni fa e avendo un sistema di alimentazione diverso si dovevano cibare di sangue per avere la giuste nutrizione. Beh io avrei preferito che non avesse detto niente perché detto che sei un vampiro chi se ne frega da dove vieni fuori perché ci dobbiamo mettere a inventare una cosa del genere? Poi c’è tutta la storia che dovevano mandare avanti la stirpe perché il vampiro essendo morto non si può riprodurre invece questa ha dovuto mettere su tutta la storia delle compagne della stirpe che se si legano in un modo così e cosà allora riescono a dare loro un figlio. Poi ovviamente grazie al sangue del vampiro che hanno scelto come compagno riescono a rimanere belle per sempre. Devo dire che questa storia della progenie era stata un po’ assurdamente portata avanti anche da Stephanie. Possibile che queste donne non riescono a valorizzarsi nella loro nuova forma vampirica che devono anche fare un figlio con un vampiro? Il vampiro è morto… facciamocene una ragione! Ragazze qui vi supera tutte Charlaine Harris con il suo “Ciclo di Sookie Stackhouse” del 2001 (diventato True Blood in tv). James ha risolto la questione sbarazzandosi dell’assenza vampirica!

Tra tutte le cose che andavano descritte nei minimi dettagli quest’invasione aliena era da tralasciare perché sembra una forzatura, si vuole spiegare qualcosa che è un dato di fatto (come il vampiro) con qualcosa di assurdo. Se tu mi vieni a dire che è un alieno caduto qui io mi aspetto che come minimo questi qua nell’arco di tutto il tempo da quando sono caduto a quando è arrivata Gabrielle avevano trovato l’astronave il pianeta da dove venuti erano e che erano anche ripartiti e tanti saluti.

Poi c’è anche la brama di sangue che mi ha fatto pensare a qualcos’altro di reale. La brama di sangue è ciò che caratterizza i ribelli ovvero i nemici di Lucan e degli altri normali per così dire, la brama indica che un vampiro si è lasciato prendere un po’ troppo dai suoi istinti nutritivi e vuole sempre più sangue, non si ferma più insomma diventa un drogato e nella descrizione di questi sentimenti e pulsazioni avevo come l’impressione che questa brama di sangue fosse stata descritta come la brama di qualcos’altro vissuto da qualcuno realmente, un vizio umano. Dunque niente di alieno o fantascientifico. Ma è una cosa che gli scrittori di solito fanno modificare la realtà per renderla adatta a una storia. Per quanto riguarda le parti più “hot“ le ha trovate un po’ troppo fuori tema nel senso che la storia sta andando avanti e poi ecco che ci si ferma per un’accurata descrizione di tutto quello che succede in un letto. Ho avuto come l’impressione che il resto delle pagine servisse a nascondere queste scene e, se queste sono quelle che effettivamente richiamano l’attenzione, James giustamente ha detto: io porto la quantità di queste scene al 90% e non al 10% come qui!

Ho trovato anche delle similitudini che mi hanno lasciato continuamente supporre che queste tre storie sia concatenate se non altro per caso:

Lucan ha occhi d’ambra come quelli di Edward.

Gabrielle fa una mostra fotografica e una mostra fotografica è una delle scene all’inizio del libro delle sfumature grigie

La stirpe, ovvero i vampiri, mi hanno fatto pensare alla serie The strain, anche qui si parlava di stirpe di vampiri (libro da cui è tratta uscito nel 2009)

Gabrielle e i suoi amici vanno al ristorante “Ristorante ciao Bella”, inutile dire che sembra un omaggio a Bella Swan (Twilight)

Lucan si ciba solo di malviventi, dunque si risolve anche in questo caso il fatto che i vampiri si devono cibare comunque di un’altra persona solo che invece di lasciarli cibare gli animali come su Twilight si comportano come Dexter (libro da cui è tratta la serie uscito nel 2006)

Forse anche Anna Todd ha letto questo libro perché Gabrielle sfoggia più volte i cosiddetti pantaloni da yoga proprio come Tessa, pantaloni che sembrano eccitare notevolmente i loro compagni.

Attenzione che poi Lucan sa di menta, proprio come Hardin!

Il ragazzo di Megan, l’amica di Gabrielle, si chiama Ray che è il nome scelto da James per il padre di Ana, forse è solo una coincidenza però però però...

Edward non riesce ad entrare nella mente di Bella.
Lucan non riesce a manipolare la mente di Gabrielle.

Nel rifugio dei vampiri c’è anche un arazzo di Lucan antico che ricorda proprio quel quadro su Twilight in cui c’era Carlisle in tempi passati.

Lucan non vuole Gabrielle perché ha paura di farle male proprio come Edward con Bella.

Per concludere voglio spiegare perché ho dato solo due stelle.
I personaggi sono solo accennati, solo Gabrielle e Lucan contano mentre gli altri sono solo pedine senza senso. Addirittura mi è risultato un po’ banale e anche forse crudele come Gabrielle, che ha appena perso la sua migliore amica uccisa dei vampiri, riesca addirittura nella stessa pagina ad essere felicissima perché Lucan l’ha accettata. Insomma era la tua amica oppure no? Poi sembra un po’ forzata anche la storia all’inizio Gabrielle da piccola con la madre siano state assalite e proprio Lucan le aveva salvate. Una coincidenza degna di un fotoromanzo.


Tutta la storia sui vampiri extraterrestri e la stirpe sembra un frettoloso tentativo di fantasia mentre ne denota solo la mancanza.
Durante tutto il libro suona un po’ ridicolo il modo in cui Lara scrive sempre un maschio e una femmina… Non era più pittoresco dire un uomo e una donna?
È un romanzo prevedibile e privo di fantasia e di pathos vero, pullula di personaggi abbozzati e senza vita. Dunque da che cosa derivano queste due stelle? Una stella premia il coraggio che ha avuto di scrivere che i vampiri sono alieni e un’altra la sua capacità di convincermi a leggere il libro seguente!

Nota dolente proprio alla fine quando Lara ringrazia i cantanti che ha ascoltato durante la scrittura e non i lettori: gravissimo! I lettori vanno sempre ringraziati perché senza di noi non ci siete voi, perlomeno in libreria!

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