🎬 The Invite: era cominciato così bene



In realtà volevo andare al cinema a vedere Amori e Incantesimi 2, ma avevano spostato l’orario e non c’era più. Quindi ho ripiegato su The Invite, che comunque era un altro dei film che volevo vedere.


E devo ammettere che era cominciato bene.


Parte subito con un’escalation piuttosto intrigante, è scorrevole e soprattutto divertente. Mi è piaciuta anche la sua impostazione molto teatrale: praticamente tutto si svolge all’interno di un appartamento, con una coppia che invita a cena i vicini e, piano piano, comincia a tirare fuori segreti e soprattutto una proposta decisamente particolare.


Come base funzionava.


Anche gli attori sono stati bravissimi, così come le voci del doppiaggio, e per parecchio tempo il film è riuscito a mantenere vivo il mio interesse.


Poi però va in stallo.


Si continua a girare intorno alla stessa situazione e, quando finalmente vengono fuori tutti i problemi delle due coppie, per me comincia la parte più noiosa. Quello che era partito come qualcosa di particolare e divertente si trasforma praticamente nell’ennesimo insieme di problemi di coppia.


Ma è soprattutto il finale che non mi è piaciuto per niente.


Dopo aver tirato fuori problemi anche piuttosto pesanti, improvvisamente sembra che il film dica: vabbè dai, è tutto a posto.


E magicamente sono tutti contenti.


È proprio questo che mi ha lasciato più perplessa: non tanto che il film fosse leggero, perché fino a quel momento mi ero anche divertita, ma che abbia costruito tutti quei problemi per poi risolverli con una banalità enorme.


Peccato, perché la base c’era.


Semplicemente, secondo me, non hanno saputo concluderla.


♥️🍿


Review: La pasticceria incantata

La pasticceria incantata La pasticceria incantata by Gu Byeong-mo
My rating: 2 of 5 stars

secondo me esiste
hermio

Ora che ho finalmente trovato la letteratura che mi piace davvero, cioè quella orientale, quasi non mi diverto più a fare le recensioni. Rimango sempre con una buona impressione e diventa difficile mettermi qui a scrivere qualcosa di veramente negativo.

Anche questa volta tutto ruota attorno a un luogo preciso, dove confluiscono persone normali legate da qualcosa di più o meno misterioso.

In questo caso si parla apertamente di magia, anche se non viene mostrata in modo spettacolare. È più qualcosa che si respira nell’aria, quella solita scia di mistero che accompagna tante storie orientali e che, pur mantenendo tutto abbastanza realistico, lascia sempre la sensazione che possa esserci qualcosa appena fuori dalle regole.

Qui però questa componente è ancora più evidente.

Un mago crea prodotti di pasticceria che vende online e che sono, a tutti gli effetti, delle pozioni magiche sotto forma di dolci. Hanno effetti diversi e, nonostante il mondo sembri andare sempre più verso qualcosa di ipertecnologico e sintetico, le persone che si rivolgono a lui sono tantissime.

E la cosa assurda è che, pur trattandosi di un libro, ho avuto continuamente la sensazione che una pasticceria del genere potrebbe esistere davvero da qualche parte.

Anzi, secondo me esiste.

E se esistesse davvero, avrebbe probabilmente una clientela numerosa esattamente come quella raccontata nella storia.

Ma oltre alla parte più fantastica c’è anche una storia molto concreta: quella di un ragazzo che entra in questo negozio e finisce per trovarci qualcosa di molto più importante di un semplice pasticcino.

Ed è proprio questo che continuo ad amare di questa letteratura.

Parte da situazioni piccole, da luoghi apparentemente normali, da persone che non hanno niente di eccezionale, e poi riesce sempre a lasciare qualcosa su cui riflettere.

Alla fine arrivi sempre a pensare:

È proprio così.

Nel frattempo sono già passata al prossimo audiolibro.

E ho trovato un’altra pasticceria.

Questa volta in Giappone.

Vedremo che cosa succede…

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🎬 Vaiana: comunque è da rivedere




Sapevo che mi sarebbe piaciuto.


Non c’è praticamente niente che non vada in questo film, perché è quasi la fotocopia, in live action, di quello d’animazione. È una storia che mi aveva colpito sin dal principio e infatti, quando uscì l’originale al cinema, ero andata a vederlo due volte.


Quindi mi aspettavo esattamente quello che ho avuto: la trasposizione fedele e praticamente perfetta di un film che ho amato sin da subito.


E mi ha colpito quello che mi aveva colpito già allora: tutto l’aspetto naturale, la connessione di quel popolo con la terra e con l’oceano, una natura abitata da divinità che entrano in conflitto tra loro e le cui azioni finiscono inevitabilmente per interferire con la vita degli esseri umani.


L’unica cosa che non mi ha convinto, o meglio che mi ha leggermente stonato, è stata proprio la visione realistica di questi personaggi. 


Vederli così, in carne e ossa, con tutta quella carne esposta, a volte mi ha fatto un effetto un po’ strano: perdono un po’ della poesia visiva che avevano nel film d’animazione.


La parte che più mi emoziona è la rivelazione finale.


Scopriamo che Te Fiti, la divinità che ha perso il proprio cuore, e Te Kā, quella che sembra volerlo per sé, non sono due entità in contrasto: sono la stessa persona. Te Fiti diventa Te Kā quando le viene portato via qualcosa che fa parte di lei e, nel momento in cui quel qualcosa le viene restituito, torna a essere ciò che era.


E scopriamo anche che Maui aveva rubato il cuore per donarlo agli umani, non per se stesso.


Mi piace molto questa rivelazione perché, alla fine, sembra quasi che le divinità siano più umane degli umani: possono sbagliare, possono perdere qualcosa di sé e trasformarsi, possono fare del male anche partendo dall’intenzione di fare del bene.


Comunque, una cosa è certa: è da rivedere.


♥️ 🌺

🎬 La fine di Oak Street: è un filmetto

 

È un filmetto. Senza tante pretese, se non quella di intrattenere.


E proprio per questo, alla fine, non rimane niente. È puro intrattenimento senza particolare profondità. Non che si vada a cercare qualcosa di profondo e intellettuale in un film del genere, soprattutto dopo aver visto il trailer, però anche da una storia fantasy e, in questo caso, quasi fantascientifica, si potrebbe pretendere una spiegazione un po’ più approfondita di quello che sta succedendo o di ciò che ha portato all’evento.


Una storia del genere riesce a intrattenere lo spettatore per meno di due ore, ma difficilmente potrebbe andare avanti molto di più senza una base più solida. Non è necessariamente un punto a sfavore: semplicemente è stato scelto di stupire con degli effetti che non sono neanche tanto stratosferici, ma sono comunque più che decenti e non vanno a compromettere la presentazione generale del film.


Il risultato mantiene una sua dignità e soprattutto riesce a essere divertente. Non ci sono grandi drammi, le relazioni interpersonali sono delle più banali e tutto rimane piuttosto leggero.


Bisogna però ammettere che la storia è, come dicono gli inglesi, un po’ fuori dalla scatola, o meglio fuori dalle righe: qualcosa di diverso dal solito, che si può tranquillamente accettare per quello che è senza farsi troppe domande.


Anche perché, certe volte, funziona proprio così.


È un po’ come mangiare un piatto strano senza sapere esattamente come sia venuto fuori. Ecco, qui non sappiamo precisamente neanche come siano venuti fuori i dinosauri. Una qualche spiegazione c’è, ma lascia alquanto a desiderare.


Una delle cose che mi è piaciuta di più è invece l’ambientazione nel 1982.


Ormai, quando c’è bisogno di eliminare tecnologia troppo invadente, molti film adottano questa soluzione: spostare la trama in anni che erano più semplici da una parte e più difficili dall’altra, ma migliori per alcuni tipi di storia. E qui, secondo me, funziona.


Per il resto è una classica americanata, con baci, abbracci e dozzinali piagnistei.


Tutto si risolve per il meglio e vissero tutti felici e contenti.


Ma per il film che è, va bene così.

Review: Il minimarket della signora Yeom

Il minimarket della signora Yeom Il minimarket della signora Yeom by Ho-yeon Kim
My rating: 2 of 5 stars

straordinariamente normale
hermio

Ormai riesco soltanto ad ascoltare e riascoltare questi libri di letteratura orientale, perché li trovo talmente affascinanti che non riesco più a farne a meno.

Anche questa volta abbiamo un piccolo punto nello spazio, immerso in un universo del tutto normale, un luogo in cui chiunque potrebbe capitare ogni giorno. Ed è proprio lì che si incrociano le storie di più personaggi, legati da quel posto e dalla necessità di migliorare qualche aspetto della propria vita.

Ma non stiamo parlando di grandi drammi.

Non c’è niente di straordinario, ed è proprio questo a rendere straordinaria la storia.

La quotidianità di questi personaggi viene intrecciata con una precisione e una cura che ormai riconosco come una delle caratteristiche che amo di più in questo tipo di narrativa. La struttura può ricordare altri romanzi orientali che ho letto, eppure ogni volta riesce a essere diversa e coinvolgente.

Il lettore finisce per entrare davvero in quei luoghi, che si tratti di una lavanderia oppure, come in questo caso, di un minimarket.

Anche i personaggi hanno ormai quelle caratteristiche che sto imparando ad amare: sono costruiti senza fronzoli, non hanno bisogno di essere eccezionali e rimangono naturali, credibili e interessanti proprio perché potrebbero esistere davvero.

Qui, in particolare, c’è un personaggio che mi è rimasto impresso: un vagabondo che, nel corso della storia, rivelerà lentamente il proprio passato e acquisterà sempre più importanza.

Sullo sfondo compare anche l’inizio dell’epidemia e, stranamente, credo sia una delle poche volte in cui l’ho trovata inserita in una storia senza risultare né patetica né sensazionalistica. È semplicemente qualcosa che accade e che modifica la vita delle persone, esattamente come è successo nella realtà. Proprio per questo contribuisce a rendere la narrazione ancora più credibile.

Insomma, credo di essermi definitivamente persa dentro questo tipo di letteratura.

E mentre scrivo questa recensione ho già iniziato il prossimo audiolibro.

Questa volta ho lasciato il minimarket e mi sono spostata in una pasticceria…

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🎬 Spider-Man: Brand New Day — niente di veramente nuovo



Mi aspettavo di più.


Non ricordavo benissimo alcune delle cose successe precedentemente, però piano piano ho capito che si partiva da un momento molto oscuro della vita di Spider-Man, con una New York che sembra quasi Gotham City. 


E questo per me è stato subito un grande punto a favore.


Il film inizia con la pioggia, è oscuro, tetro, lui vive completamente solo in un appartamento piccolo e brutto dopo aver deciso di rimanere fuori dalla vita dei suoi amici per proteggerli. È un’atmosfera che mi è piaciuta tantissimo.


Il problema è che Spider-Man rimane un po’ troppo ossessionato da quello che ha lasciato. Continua a ripensarci, a soffrirci e c’è tutta la parte dell’amore che a un certo punto lo rende alquanto palloso. Lui, eh, non il film. Perché il film invece scivola via che è un piacere ed è veramente bello da vedere.


Dal punto di vista degli effetti grafici è spettacolare. Ci sono scene in cui sinceramente non so neanche come riescano a realizzare certe cose.


Però mi aspettavo qualcosa di più.


Si parte con Spider-Man che ha deciso di fare tutto da solo. Poi succedono un sacco di cose, ma alla fine cosa cambia davvero? In qualche modo si ritorna a prima del punto di partenza: non vuole più fare tutto da solo. Quindi il film, invece di portare avanti la trama, alla fine torna indietro.


Per fortuna viene introdotto un nuovo personaggio, Jean, molto interessante, che risolleva parecchio l’interesse. Si scopre anche che non è proprio un cattivo, ma qualcuno diventato tale per ciò che gli è stato fatto. Non è una soluzione molto originale, però il personaggio funziona.


Mi è piaciuta anche la questione etica: chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? E funziona anche la parte più mentale, soprattutto le scene con Jean quando finalmente si lascia consolare. Quello per me è stato un abbraccio che aveva davvero senso.


Nel complesso è un bel film, ma poteva dare di più alla trama. Non c’è niente di veramente nuovo.


Però quella New York iniziale, oscura, piovosa e quasi da Gotham City, per me ha vinto tantissimi punti.


Bellissima.


E comunque, appena finito avevo già voglia di rivederlo.

🎬 Insidious: Fuori dall’Altrove — fuori dal caos

 



A dire la verità ero andata al cinema con l’idea di vedere tutt’altro: Oceania. Ma l’immensa popolazione sotto i 14 anni in fila davanti a me mi ha fatto cercare disperatamente qualcosa che potesse salvarmi. Questo era l’unico altro titolo disponibile e, quando ho visto che era vietato ai minori di 14 anni, mi sono subito decisa: perfetto.


Non sapevo niente di Insidious: Fuori dall’Altrove. Non sapevo neanche che facesse parte di una saga, o meglio di un franchise, e che esistessero svariati film precedenti. Però, nonostante alcuni personaggi provenissero dalle altre storie, questa era abbastanza indipendente da poter essere vista senza sapere nulla di quello che era successo prima. Una specie di spin-off, o come diavolo si chiamano.


Ho fatto bene: sala vuota e tranquillità, una giusta dose di oscurità e un film per niente spaventoso. Più che horror, l’ho trovato dark, però scorre bene e mantiene sempre una certa dose di interesse. 


C’è questo posto chiamato Altrove, dove si può andare mentre si dorme, che ha tutto l’aspetto del Sottosopra. Ma tanto neanche quello può essere considerato originale: i mondi paralleli alla realtà non sono certo un’invenzione recente.


I personaggi principali sono interessanti, mentre tutto il resto è abbastanza ridotto all’osso: poche relazioni, pochi personaggi secondari e poco approfondimento. Ma è anche il genere.


E soprattutto, per fortuna, il cane che fa parte del cast non ha fatto una brutta fine. C’è questa orribile abitudine negli horror di inserire animali che sembrano esistere solo per aumentare il livello di splatter. Almeno questo non è uno di quei film da quattro soldi pieni di scene inutilmente sanguinolente.


Oddio, questi morti che si riversano nella realtà a un certo punto si devono mangiare un topo, e potevano evitarlo, perché non è servito a niente. Pare che se in un horror non muore almeno un animale non va bene.


Nel complesso, però, come fuga dal caos di sale fuori controllo capaci di mandare fuori di testa chi al cinema sa stare, direi che è stata un’ottima scelta.


🎬 Hokum: forse il titolo aveva ragione 🍿



Hokum è uno di quegli horror che cercano di fare paura con atmosfere cupe, troppo buie, leggende spaventose e apparizioni improvvise di strane creature che non si capisce neanche se siano reali o frutto dell’immaginazione del protagonista.


I personaggi sono pochissimi e la trama non è per niente complessa. Uno scrittore si reca in Irlanda e, durante il suo soggiorno in un hotel, viene a conoscenza della leggenda di una strega che a quanto pare sarebbe rimasta intrappolata proprio lì. Lui non ci crede, finché non sembra incontrarla davvero.


La cosa più interessante, però, erano gli intrallazzi all’interno dell’hotel. Per un momento ho sperato che la trama prendesse una direzione più oscura dal punto di vista umano, senza troppi fronzoli soprannaturali, che invece ho trovato più banali che spaventosi e decisamente poco accattivanti.


È un film senza grandi scene d’azione o effetti spettacolari, ma forse qui tutto è stato ridotto un po’ troppo all’osso. Persino i colori così spenti mettono quasi più tristezza che paura. E poi c’è lo sconforto di questi personaggi, tutti tristi, tutti alle prese con vicende drammatiche: più che un horror, a tratti mi sembrava un dramma in cui ogni tanto la strega cercava di rianimare la scena.


Interessante invece il titolo. Pensavo che Hokum fosse magari una parola magica o qualcosa di spettrale e invece ho scoperto che indica più o meno una sciocchezza, qualcosa privo di senso. E allora sembra quasi riprendere l’atteggiamento dello scrittore, che arriva in Irlanda cinico e incapace di credere alla leggenda della strega, finché non ne viene coinvolto personalmente. 


Il problema è che forse sarebbe stato meglio se avesse avuto ragione lui.


A quel punto il titolo avrebbe avuto senso. Invece il film sembra quasi prendere in giro da solo il proprio titolo: la strega c’è, oppure no? La leggenda è una sciocchezza, oppure no? Alla fine non lo so nemmeno io.


Il materiale c’era, ma mancava una scintilla. Anche se poi, alla fine, ha preso fuoco tutto. Forse, alla fine, il titolo aveva ragione più del film.


Review: Strane case

Strane case Strane case by Uketsu
My rating: 1 of 5 stars

più podcast che romanzo
hermio

È il secondo libro che leggo di Uketsu, autore giapponese che gira sul web da parecchio tempo e che si presenta sempre indossando una maschera. Già questo, per me, è degno di nota: è una di quelle personalità capaci di creare un personaggio che, a sua volta, crea altri personaggi.

Il primo libro che avevo letto di Uketsu era Strani disegni e l’avevo trovato molto accattivante. Strane case, invece, mi è sembrato un po’ più debole.

Mi ha dato l’impressione che l’autore non si sia sforzato più di tanto. Da quello che ho capito, Uketsu è racconta storie horror sul web attraverso video e podcast, e qui mi è sembrato che abbia mantenuto proprio quel tipo di impostazione. Il problema è che, come libro, questa struttura funziona meno.

Ci sono personaggi che parlano di un caso raccolgono informazioni e formulano ipotesi, mentre l’azione vera e propria resta spesso sullo sfondo.

Più che assistere agli eventi, qualcuno ce li sta raccontando dopo che sono già successi.

In più c’è un ulteriore livello narrativo legato a chi scrive e racconta tutta la vicenda. Alla fine sembra quasi che Uketsu abbia costruito una matrioska: lui scrive di un personaggio che parla di altri personaggi che investigano, mentre quello stesso personaggio parla anche dell’autore.

Il libro, tra l’altro, è molto breve e la vicenda finisce per sembrare più una leggenda raccontata che qualcosa vissuto davvero dai protagonisti.

Anche la scrittura mi è sembrata più confusionaria rispetto a Strani disegni. L’ho riascoltato tre volte e credo di avere ancora qualche punto interrogativo.

Nonostante tutto, però, faccio fatica a essere troppo severa con Uketsu.

In un mondo in cui moltissimi scrivono anche per comparire, lui ha scelto di sparire dietro una maschera e di trasformare persino la figura dello scrittore in un personaggio.

E forse, alla fine, la cosa più interessante non sono neanche le singole storie che racconta, ma il mondo che ha costruito intorno a sé.

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🎬 Minions & Monsters: un grande e giallo sì 💛


Inaspettatamente questo film mi è piaciuto, e molto più di quanto mi aspettassi.


Anzi, è proprio questo l’aspetto più interessante. Il trailer non mi aveva ispirato per niente, anzi, lo avevo trovato quasi repellente. Però i Minions alla fine sono sempre carini, leggeri e divertenti, così mi sono detta: va bene, diamogli una possibilità.


Dal punto di vista tecnico il film è eccezionale. L’Illumination è seconda soltanto alla Pixar. La cura dei dettagli, la fluidità dei movimenti, le texture, le luci, i paesaggi… è tutto realizzato con una qualità altissima. Per me ci sono Pixar e Illumination, e poi tutti gli altri parecchio più indietro.


Ma la sorpresa più grande è la storia.


I Minions sono buffi e divertenti, ma dietro c’è sempre una trama interessante, scorrevole e capace di coinvolgere. Non è il classico film pensato solo per far passare il tempo ai bambini: è un film che diverte tutti, facendo anche sorridere con intelligenza.


Inoltre rende omaggio al cinema in un modo davvero riuscito. La storia è più ingegnosa di quanto ci si potrebbe aspettare e riesce a rimanere sempre leggera senza perdere ritmo.


Tra l’altro io non sono neanche una grande fan di questa saga, perché sono sempre stata molto più legata alla Disney. Però devo ammettere che questi film meritano di essere rivalutati. Hanno uno spirito diverso, più irriverente, che in questo caso funziona davvero bene e diventa un intrattenimento spiritoso senza risultare mai fastidioso.


Insomma, è un film che si può vedere e rivedere. Scorre così velocemente che finisce quasi senza accorgersene.


Sorprendentemente… brillante. ⭐


💛💛📚🐈‍⬛

🎬 L’Odissea: boh




Conosco l’Odissea solo a grandi linee e all’inizio mi sembrava di guardare la seconda stagione di una serie senza aver visto la prima. Piano piano quasi tutto si capisce, ma rimane una sensazione di confusione.


Il film è ben fatto. Si vede il budget, la cura per ogni dettaglio e la qualità della regia. Il problema, per me, è il ritmo. Da una parte è lunghissimo, dall’altra corre troppo. Una storia così immensa avrebbe funzionato meglio come miniserie, con il tempo necessario per raccontare tutto con maggiore chiarezza. Dopo la seconda ora ho iniziato a sentirne il peso e il finale mi è sembrato trascinarsi un po’ troppo.


La parte che mi ha colpita di più, in negativo, riguarda Argo. Subito una scena in dei cuccioli vengono buttati giù da una rupe e Ulisse ne salva uno, Argo. Sarà anche parte della storia, ma io queste cose non le voglio vedere. Poi il momento più significativo di tutto il film, quello del loro ultimo incontro, è anche il più sconvolgente. La storia di Argo è talmente potente da oscurare tutto il resto del film. È troppo, quando un film riesce a farmi stare così male, non posso apprezzare tutto il resto.


Mi ha lasciata perplessa anche il modo in cui viene affrontato il tema della guerra. Ho avuto l’impressione che a un certo punto il film cercasse di inserire una sensibilità moderna in una storia che appartiene a un altro tempo. Quando si sceglie di adattare una storia, bisognerebbe rispettarla.


Non mi ha convinto nemmeno il rapporto tra Ulisse e Penelope. Le loro scene sono ripetitive e noiose e il ricongiungimento finale è troppo sdolcinato.


Una nota finale, invece, tutta positiva: Agamennone. Pur comparendo poco, è il personaggio che mi è rimasto più impresso. Misterioso, inquietante e capace di rubare la scena persino a Ulisse.


Insomma… non riesco a dire che sia un brutto film, vale la pena vederlo, ma il mio giudizio resta uno solo: boh.