La regina dei castelli di carta: Millennium 3 by Stieg LarssonMy rating: 1 of 5 stars
Lisbeth si annulla

Ormai è la solita minestra riscaldata. L’autore usa una storia inventata che non ha più niente di nuovo e la trascina senza speranza solo per proporre dati statistici, studi sociali e polemiche che possono anche avere un valore, ma non all’interno di un libro che dovrebbe essere narrativa. Qui la storia esiste solo per presentare dei fatti e sostenere una tesi. Di conseguenza è noiosa. E poi è sempre scritta nello stesso modo: schematico, descrittivo, piatto. I personaggi si trascinano e girano continuamente intorno alle stesse cose.
La verità è che questi tre libri, letti vent’anni fa, mi avevano lasciato un’impressione molto migliore. Probabilmente avevo bisogno di un personaggio come Lisbeth e la saga me lo aveva dato. Oggi però mi accorgo che, oltre a Lisbeth, questi libri offrono molto meno di quanto ricordassi. E paradossalmente sono proprio i libri a rovinare Lisbeth.
Continuo a pensare che non abbia alcun senso dividere questa storia in tre romanzi. Il primo ha una sua identità precisa, mentre il secondo e il terzo si trascinano inutilmente. Sarebbe bastato un solo seguito. Tutto il passato di Lisbeth diventa una costruzione macchinosa utile soprattutto a introdurre spiegazioni interminabili sulla criminalità, sulle istituzioni e sui meccanismi sociali.
Il libro non narra mai davvero. Spiega continuamente. I personaggi fanno sempre le stesse cose: accendono il computer, preparano il caffè, fanno ricerche, parlano tra loro in conversazioni interminabili. Nel frattempo Lisbeth sembra quasi Robocop. Non è oscura, non è misteriosa, non è fragile. È semplicemente una persona che sa fare tutto.
Sa usare i computer, sa fare calcoli impossibili, sa combattere, sa sparare, sa sopravvivere, sa prevedere qualsiasi cosa. Troppo. Talmente troppo da diventare insopportabile.
Anche Mikael continua a vivere nella sua realtà parallela dove tutte le donne si innamorano di lui. Incontra una donna e inevitabilmente finisce nello stesso schema. Erica continua a ripetere sempre gli stessi discorsi. Tutto sembra fermo.
Lisbeth perde persino centralità. Più che agire, viene raccontata dagli altri. C’è continuamente qualcuno che lavora per lei, parla di lei, cerca di salvarla o di aiutarla a portare avanti una storia che si trascina senza vera tensione.
Il processo occupa una parte enorme del libro e dovrebbe essere il grande momento conclusivo. Invece risulta prevedibile. L’avvocato di Lisbeth appare quasi infallibile e tutti i cattivi vengono sistemati con una facilità che toglie ogni coinvolgimento.
Poi arriva il finale, e persino dopo la conclusione c’è un epilogo lunghissimo che serve soltanto a celebrare ancora una volta Lisbeth come una specie di supereroina.
In definitiva questa rilettura mi ha lasciato una sensazione completamente diversa rispetto a vent’anni fa. La scrittura mi è sembrata noiosa, didascalica, prolissa, giornalistica e poco narrativa. Lisbeth resta un buon personaggio, ma nei film funziona meglio che nei libri. Qui viene soffocata dalla stessa saga che dovrebbe valorizzarla.
Troppi dossier. Troppe spiegazioni. Troppa polemica sociale.
Una trilogia che oggi vale più come leggenda da ricordare che come opera da rileggere.
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