Review: La regina dei castelli di carta: Millennium 3

La regina dei castelli di carta: Millennium 3 La regina dei castelli di carta: Millennium 3 by Stieg Larsson
My rating: 1 of 5 stars

Lisbeth si annulla
hermio

Ormai è la solita minestra riscaldata. L’autore usa una storia inventata che non ha più niente di nuovo e la trascina senza speranza solo per proporre dati statistici, studi sociali e polemiche che possono anche avere un valore, ma non all’interno di un libro che dovrebbe essere narrativa. Qui la storia esiste solo per presentare dei fatti e sostenere una tesi. Di conseguenza è noiosa. E poi è sempre scritta nello stesso modo: schematico, descrittivo, piatto. I personaggi si trascinano e girano continuamente intorno alle stesse cose.

La verità è che questi tre libri, letti vent’anni fa, mi avevano lasciato un’impressione molto migliore. Probabilmente avevo bisogno di un personaggio come Lisbeth e la saga me lo aveva dato. Oggi però mi accorgo che, oltre a Lisbeth, questi libri offrono molto meno di quanto ricordassi. E paradossalmente sono proprio i libri a rovinare Lisbeth.

Continuo a pensare che non abbia alcun senso dividere questa storia in tre romanzi. Il primo ha una sua identità precisa, mentre il secondo e il terzo si trascinano inutilmente. Sarebbe bastato un solo seguito. Tutto il passato di Lisbeth diventa una costruzione macchinosa utile soprattutto a introdurre spiegazioni interminabili sulla criminalità, sulle istituzioni e sui meccanismi sociali.

Il libro non narra mai davvero. Spiega continuamente. I personaggi fanno sempre le stesse cose: accendono il computer, preparano il caffè, fanno ricerche, parlano tra loro in conversazioni interminabili. Nel frattempo Lisbeth sembra quasi Robocop. Non è oscura, non è misteriosa, non è fragile. È semplicemente una persona che sa fare tutto.

Sa usare i computer, sa fare calcoli impossibili, sa combattere, sa sparare, sa sopravvivere, sa prevedere qualsiasi cosa. Troppo. Talmente troppo da diventare insopportabile.

Anche Mikael continua a vivere nella sua realtà parallela dove tutte le donne si innamorano di lui. Incontra una donna e inevitabilmente finisce nello stesso schema. Erica continua a ripetere sempre gli stessi discorsi. Tutto sembra fermo.

Lisbeth perde persino centralità. Più che agire, viene raccontata dagli altri. C’è continuamente qualcuno che lavora per lei, parla di lei, cerca di salvarla o di aiutarla a portare avanti una storia che si trascina senza vera tensione.

Il processo occupa una parte enorme del libro e dovrebbe essere il grande momento conclusivo. Invece risulta prevedibile. L’avvocato di Lisbeth appare quasi infallibile e tutti i cattivi vengono sistemati con una facilità che toglie ogni coinvolgimento.

Poi arriva il finale, e persino dopo la conclusione c’è un epilogo lunghissimo che serve soltanto a celebrare ancora una volta Lisbeth come una specie di supereroina.

In definitiva questa rilettura mi ha lasciato una sensazione completamente diversa rispetto a vent’anni fa. La scrittura mi è sembrata noiosa, didascalica, prolissa, giornalistica e poco narrativa. Lisbeth resta un buon personaggio, ma nei film funziona meglio che nei libri. Qui viene soffocata dalla stessa saga che dovrebbe valorizzarla.

Troppi dossier. Troppe spiegazioni. Troppa polemica sociale.

Una trilogia che oggi vale più come leggenda da ricordare che come opera da rileggere.

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Review: La casa degli spiriti

La casa degli spiriti La casa degli spiriti by Isabel Allende
My rating: 1 of 5 stars

la casa dei problemi
hermio

Il libro inizia narrato in terza persona e subito si sente una forte enfasi femminista e progressista. La descrizione delle condizioni femminili e delle ingiustizie subite dalle donne cerca di essere oggettiva, ma lascia comunque trasparire la visione dell’autrice.

Quando poi la narrazione passa in prima persona con il personaggio maschile, tutto diventa meno credibile. Si sente troppo che è un uomo scritto da una donna, quasi una versione idealizzata dell’uomo vista attraverso uno sguardo femminile. Il risultato è un personaggio che non convince e che finisce per diventare noioso. Peccato, perché all’inizio la storia aveva saputo incuriosirmi.

Il libro oscilla continuamente tra due estremi: a volte vuole essere raffinato, elegante, quasi ricercato; altre volte diventa brutale, sporco e persino sgradevole. Esteban, per esempio, è un personaggio rivoltante. Ogni volta che compare lascia dietro di sé episodi di crudeltà, soprattutto verso gli animali, che risultano davvero difficili da leggere.

Il problema principale, però, è un altro: questo non mi è sembrato un vero romanzo. Sembra piuttosto lo schema preparatorio di un romanzo molto più lungo che non è mai stato scritto. Succedono continuamente eventi, ma raramente vengono davvero narrati. Si passa da una situazione all’altra come in un lungo riassunto. I personaggi vengono presentati, alcune idee sono interessanti, ma quasi nulla viene approfondito davvero.

La sensazione è quella di leggere una lista di avvenimenti piuttosto che una storia vissuta. Tutto resta vago, accennato, raccontato dall’esterno. Quando poi compaiono anticipazioni sul futuro dei personaggi, il risultato è ancora più strano: sembra quasi che l’autrice voglia raccontare una storia enorme senza avere voglia di svilupparla davvero.

Anche i continui riferimenti alla violenza sugli animali rendono il libro invecchiato male. Sarà anche il riflesso di un’altra epoca, ma oggi certi episodi risultano semplicemente fastidiosi e disturbanti.

Verso la fine il problema peggiora ulteriormente. La narrazione viene quasi completamente sostituita dalla volontà di raccontare la situazione sociale, politica e culturale del paese. L’attenzione si sposta sempre di più dalla storia ai messaggi che l’autrice vuole trasmettere. L’intento è sicuramente nobile, ma il risultato è che i personaggi e la loro vicenda vengono diluiti fino a perdere forza.

Si ha continuamente la sensazione che la narrativa sia soltanto uno strumento, un’impalcatura costruita per parlare di donne maltrattate, tensioni politiche, sofferenze sociali e ingiustizie storiche. Temi importanti, certo, ma che qui finiscono per soffocare la storia invece di arricchirla.

L’ultima parte è quella che ho apprezzato meno. La componente di denuncia sociale e femminista prende completamente il sopravvento e la narrativa quasi scompare. Alla fine c’è anche un tentativo di chiudere il cerchio collegando il finale all’inizio, ma tutto risulta confuso: non è chiaro chi stia scrivendo, chi stia raccontando e quale sia davvero la struttura del libro.

È un problema che ritrovo spesso nei libri della Allende: la narrativa sembra diventare una semplice intelaiatura per sostenere idee e messaggi. Alcuni personaggi restano interessanti, altri detestabili, ma nel complesso ho avuto la sensazione di leggere più un manifesto che un romanzo.

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The Mandalorian and Grogu 🧡 questa è la Via



Un film che soddisfa tutte le mie aspettative e, anzi, le supera.


È un film che può piacere sia a chi ha amato la serie, sia a chi non l’ha mai vista. Può conquistare i nuovi fan di Star Wars, quelli che seguono soprattutto le serie televisive e persino chi normalmente non le guarderebbe mai.


È un film capace di soddisfare sia i fan storici sia quelli più recenti, perché in alcuni passaggi, in certe inquadrature e nel modo stesso in cui la storia si sviluppa, c’è qualcosa di retrò. Tutto scorre in modo naturale ma al tempo stesso accattivante.


Il film non rallenta mai. Scorre quasi come se fosse diviso in due episodi: il primo più oscuro, con atmosfere quasi cyberpunk; il secondo che si apre a paesaggi verdi che ricordano molto la trilogia classica. Eppure, per tutta la durata, resta fedele all’anima di Star Wars.


Non è mai vecchio. Rispetta lo stile classico ma mantiene ritmi moderni. Non cerca di imitare il passato: si ricorda semplicemente di cosa sia Star Wars. E proprio per questo riesce a essere piacevole per tutti.


Non ci sono tragedie forzate, ma ci sono sentimenti, momenti divertenti e personaggi che funzionano. Grogu è irresistibile come sempre, forse persino più del solito. I personaggi sono ben strutturati e ben bilanciati, i cattivi sanno fare i cattivi e il mondo rimane fedele a sé stesso e a quanto visto nella serie.


Persino le musiche trasmettono una piacevole nostalgia a chi ha seguito le avventure del Mandaloriano. Dopo aver visto il film viene quasi voglia di ricominciare la serie da capo.


Non è una storia epica, ed è proprio questa la sua forza. È una storia semplice che, senza bisogno di esagerare, riesce comunque a trasmettere un messaggio importante.


Dura circa due ore e non annoia mai. Anzi, appena finito viene subito voglia di rivederlo. E infatti io l’ho già visto due volte.


È un film che rispetta tutto ciò che è venuto prima e continua il percorso iniziato dalla serie.


Perché, dopo tutto, questa è la Via.


✨🧡


Review: La ragazza che giocava con il fuoco

La ragazza che giocava con il fuoco La ragazza che giocava con il fuoco by Stieg Larsson
My rating: 1 of 5 stars

Lisbeth sa fare troppo
hermio

Nel secondo capitolo di Millennium il giornalista continua a farsi sentire più dello scrittore, e il problema è che tutto questo peso dell’informazione finisce per schiacciare la narrazione. Il libro sembra spesso più interessato a fare dossier sociali e politici che a raccontare davvero una storia. Lisbeth va in vacanza e invece di entrare subito nel vivo ci ritroviamo immersi in descrizioni infinite di luoghi, problemi sociali, traffici, contesti politici… roba che sembra uscita da un reportage più che da un romanzo. E guarda caso, appena arriva lì incontra subito un uomo che “odia” le donne. Tutto troppo costruito.

L’inizio è rallentato anche da un riassunto del libro precedente che spezza il ritmo e dà proprio la sensazione che l’autore stia parlando direttamente al lettore invece di narrare. E il problema della narrazione resta lo stesso: invece di mostrarci gli eventi, spesso ci vengono semplicemente spiegati come in un lungo riassunto di fatti.

Lisbeth continua a essere il punto forte della saga ma contemporaneamente anche il suo problema più grande. Nel primo libro risultava già irritante perché sapeva fare praticamente tutto; qui si supera. Adesso capisce pure la matematica avanzata senza difficoltà, apprende qualsiasi cosa immediatamente, sa combattere, hackerare, manipolare, sopravvivere, pianificare… non esiste nulla che non sappia fare. E questo invece di renderla forte la rende sempre meno credibile.

La parte della sua “vacanza” è assurda e fuori luogo: seduce un minorenne, si rifà il seno — scelta che sembra totalmente incompatibile con il personaggio — e tutto viene raccontato come se fosse perfettamente normale. Sembra quasi che Lisbeth venga continuamente modificata a seconda di ciò che serve allo scrittore in quel momento. E infatti tutto il suo passato emerge all’improvviso in questo libro, dando chiaramente l’impressione di essere stato inventato dopo il primo romanzo. Nei film svedesi questa cosa viene gestita molto meglio attraverso flashback intelligenti che fanno sembrare la sua storia già pianificata dall’inizio. Nel libro invece no: Lisbeth cambia continuamente e perde pezzi della propria identità.

Anche Mikael diventa sempre più insopportabile. Tutte le donne lo amano, tutte lo desiderano, tutte lo capiscono. Erica continua a ripetere all’infinito la storia del matrimonio aperto e tutto suona artificiale. Le donne della saga dovrebbero essere il simbolo della denuncia contro la violenza maschile, ma finiscono spesso per sembrare personaggi poco realistici, costruiti da uno scrittore uomo che vuole dimostrare qualcosa più che raccontare persone vere.

Il libro poi è pieno di dettagli ripetuti fino allo sfinimento: MacBook, caffè, tramezzini, computer accesi, gente che lavora sempre nello stesso modo. I personaggi sembrano bloccati in loop continui. Persino la distinzione tra “buoni” e “cattivi” diventa ridicola: i buoni usano Apple, i cattivi Windows. Veramente patetico.

Il problema più grande però è che qui manca proprio una trama forte. Nel primo libro almeno esisteva un giallo che riusciva a trascinare avanti la lettura; qui invece tutto gira in tondo per centinaia di pagine. La parte davvero interessante, cioè il legame tra Lisbeth e il cattivo, arriva troppo tardi quando il lettore è già esausto. E nel finale si sfiora il ridicolo assoluto: Lisbeth viene addirittura sepolta viva e riesce comunque a sopravvivere.

Il risultato è un libro sbilanciato, prolisso e ripetitivo, che spreca troppo tempo su dettagli inutili e troppo poco sulle emozioni vere. I film riescono a rendere Lisbeth più fragile, più oscura e più umana. Qui invece rimane un personaggio pieno di contraddizioni che finisce quasi per annullarsi da sola.

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Review: Topolino n. 3674

Topolino n. 3674 Topolino n. 3674 by Walt Disney Company
My rating: 1 of 5 stars

Topolino vuole fare il prof
hermio

Interesse ai minimi storici. Non mi ci era mai voluto così tanto per leggere un numero di Topolino, ma ancora non mi arrendo: spero sempre che tornino a usare un po’ di fantasia e a essere un po’ più infantili, invece di cercare di piacere a tutti quelli a cui di Topolino non interessa niente.

Topolino sale in cattedra per indottrinarci su Turandot, quando dovrebbe invece occuparsi di fantasia e investire di più sulla narrazione. Poi fa anche la guida turistica della Norvegia… ci propone storie spezzettate che durano mesi e in cui non credono neanche loro, e infine riesuma PK dimostrando di non saperlo più gestire. Che tristezza.

1- ZIO PAPERONE E GLI ENIGMI DI TURANDOT
Storia di: Alessandro Sisti
Disegni di: Alessandro Perina

Scusate, ma qui stiamo rasentando il ridicolo: ma chi se ne frega di Turandot?
Perché in un giornaletto di fumetti di Topolino ci dobbiamo trovare a pensare a Puccini? Tra l’altro fate storie così infantili che sembra che il target sia chi fa l’asilo, però poi volete pure fare gli intellettuali.
Storia creata solo per infilarci un prolisso articolo che non si sa chi leggerà mai. Paperone racconta di quando incontrò Puccini e di come insieme andarono in Cina, così da spiegare l’opera che oggi ci vogliono insegnare per forza.

2- PK - VERY COOL
Storia di: Tito Faraci
Disegni di: Francesco D’Ippolito

Carini questi titoli in inglese, sembrano quelli delle storielle scritte dai quattordicenni su Wattpad. E anche i contenuti: applicazioni, modi di parlare “da giovani”, slang ridicolo da adulti che cercano di imitare i ragazzi risultando patetici.
La trama poi non c’entra niente con PK. Confusione totale per raccontare di un tipo rapito dagli alieni che PK salva con l’aiuto di Uno. Anni luce lontano da quello che era davvero PK.

3- PIPPO, MINNI E IL BAULE GALATTICO DEL BIS-BIS - ALLARME SU REBOOTZ - 2
Storia di: Roberto Gagnor
Disegni di: Marco Palazzi

Altro episodio persino peggiore del primo, che però praticamente ricopia. Minnie e Pippo viaggiano nello spazio dentro un baule. Una di quelle storie senza capo né coda create da chi non ha fantasia ma vuole sembrare fantasioso.
Questa volta finiscono su un pianeta dove tutti devono essere alla moda e loro vengono arrestati perché non lo sono. Poi sistemano tutto e tanti saluti.
Una noia trascinata per pagine e pagine con vignette prolisse.

4- PAPERINO E L’IMPRESA NORDICA
Storia di: Alessandro Ferrari
Disegni di: Umberto Sacchelli, Valerio Manisi

Era da un po’ che Topolino non faceva le storie-guida-turistica: quelle storielle insulse create solo per sponsorizzare una nazione e accompagnare il solito articolo prolisso che non si capisce cosa c’entri col giornale.
La pseudo trama è la solita sfida tra Paperone e Rockerduck: devono andare dalla Danimarca alla Norvegia senza spendere soldi e chiedono aiuto a Paperino. Alla fine Paperone vince perché Paperino, aiutando l’altro, combina un disastro.
Trama ridicola piena di informazioni turistiche infilate a forza.

5- IL MERAVIGLIOSO MAGO DI OZ - LA CITTÀ DEGLI SMERALDI - 2
Storia di: Francesco Artibani
Disegni di: Paolo Mottura

Questa storia mette davvero alla prova la pazienza dei lettori, soprattutto perché continuano a spalmarla per settimane. Ma si vede che non la stimano neanche loro: la prima parte era all’inizio del numero, questa la mettono quasi dopo i titoli di coda.
Non è il caso di finirla con queste parodie?
Se guardi le due parti da lontano non si distinguono neanche. E poi tornano quelle scritte arzigogolate che rendono tutto ancora più pesante.
Continuano a far impersonare Dorothy a Minni in una trama scritta da altri che sinceramente non coinvolge per niente. Anzi.

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Michael

 

L’ho visto due volte, e già questo basta per indicare che mi è piaciuto molto. È stato intenso, curato, sincero e profondo.


Mi è piaciuto, ed ero molto scettica.


Quando avevo saputo parecchio tempo fa che avrebbero fatto un biopic su Michael Jackson ero rimasta molto scettica, soprattutto dopo aver appreso che la famiglia si occupava di gestirlo, produrlo e dunque crearlo. Di solito, infatti, quando una vicenda familiare viene raccontata da un familiare stesso, il rischio è che non sia del tutto oggettiva — anche se l’oggettività al 100% non esiste da parte di nessuno.


Però, su consiglio di un’amica che ha iniziato ad ascoltarlo proprio come me nel 1997, ho detto: sì, ha ragione, devo andare. Perché Michael non è che “mi è piaciuto”: l’ho amato subito, come succede a tutti i suoi veri fan.


Ci si chiede infatti perché la critica valuti il film male mentre i fan lo valutano bene. Probabilmente perché chi critica magari non lo ha mai ascoltato davvero. Questo è un film da ascoltare, da gustarsi, da capire, ma soprattutto anche da vivere attraverso la musica.


E credo che, volenti o nolenti, con tutti i problemi che hanno avuto nella produzione — di cui sinceramente non so neanche se ho capito tutto — Michael avrebbe potuto apprezzare questo film. Perché lo mostra nella sua fragilità, nella sua emotività, ci mostra quelle cose che per lui erano più care e soprattutto la sua necessità di creare.


Poi ne ho sentite tante sui social: che era egomaniaco, egocentrico, che aveva tutti quei problemi con le punte, il naso, la pelle… Certo. Michael era particolare. Ma quando mai i geni e gli artisti non lo sono?


La particolarità, che poi è ciò che rende una persona diversa dalla normalità, è anche ciò che rende un artista creativo, originale, spettacolare, degno di diventare il Re del Pop, come lui è stato definito. E secondo me a ragione.


Quanti cantanti si ascoltano nel corso della vita? Tantissimi. Anch’io ho ascoltato Michael per tanti anni dal ’97, poi per una cosa o per un’altra l’ho lasciato da parte, passando ad altri artisti. Però anni dopo, tornando ad ascoltare quegli “altri”, ci si accorge che magari valgono poco o quasi niente. Tornando invece a Michael, anche dopo anni che non lo ascoltavi più, ti accorgi che vale ancora. E ricominci ad ascoltarlo come se non avessi mai smesso.


Questo film è proprio così: un ricordarsi di quanto era grande, di quanto ci ha colpiti e di quanto vale ancora oggi.


C’è tutta la sua vita? Ma certo che no. Siamo intorno alle due ore — lunghezza perfetta per un film godibile — quindi non potevamo aspettarci che ci fosse tutto. E poi dovevamo anche assorbire la sua musica, sentirlo cantare, guardarlo ballare.


E qui bisogna rendersi conto di una cosa: a un certo punto ci si scorda che Jaafar Jackson non è Michael. Nel momento in cui lo guardiamo, per noi è Michael. Ok, la voce non è la sua, ma la danza la fa lui, e la fa così bene, così alla perfezione, che non solo gli rende omaggio, ma gli rende giustizia. Lo fa brillare e ce lo fa ricordare per tutto quello che era: un artista creativo, unico e meraviglioso.


Sì, la mia è una recensione di parte ma ragionata o, meglio, sentita. A me piace criticare film, libri e tutto quanto, e spesso lo faccio anche aspramente. E infatti i critici hanno ragione quando dicono: “Oddio, non c’è Janet”, “Oddio, manca questo, manca quello”. Però bisogna anche ricordarsi che quando uno va a vedere un film — qualsiasi film, anche quelli basati su fatti storici o persone reali — non sta guardando un documentario. E anche i documentari non sono veritieri al 100%.


Non stiamo leggendo Wikipedia. Non stiamo guardando il telegiornale. Stiamo guardando un film.


E un film, oltre a raccontare una storia più o meno vera e interessante, deve anche trasmettere sentimento, passione, emozione. Deve farti uscire dalla sala pensando: “Questo film mi ha fatto sentire qualcosa”.


Leggere Wikipedia sulla vita di Michael fa un altro effetto: quella è informazione. Qui invece siamo al cinema.


Bisogna sempre ricordarselo. Anche perché, per intrattenere la gente per due ore, non puoi raccontare la vita di una persona per filo e per segno, altrimenti rischi di annoiare. E poi non si può nemmeno andare al cinema aspettandosi di scoprire i “segreti” di qualcuno come se si stesse leggendo un giornale scandalistico. I veri segreti nessuno li saprà mai.


Noi fan amiamo guardare Michael che canta e balla. E se già Jaafar Jackson riesce a ricreare il suo personaggio in modo così eccellente, allora secondo me hanno fatto bene a fare questo film.


Se ci sarà un secondo capitolo bene. Altrimenti amen.


Alla fine del film compare la scritta che “la sua storia continua”. E certo che continua: continua negli album che ha lasciato, nei fan che ha illuminato e in tutte le persone che ancora oggi riesce ad affascinare.

Review: Uomini che odiano le donne

Uomini che odiano le donne Uomini che odiano le donne by Stieg Larsson
My rating: 2 of 5 stars

Lisbeth salva tutto

hermio

Questo libro l’avevo letto circa vent’anni fa e mi era piaciuto tantissimo. Ora, rileggendolo (o meglio riascoltandolo), con un’esperienza di lettura diversa, non lo considero più eccellente ma “solo” buono. E poteva essere molto meglio.

È estremamente descrittivo, al punto da diventare prolisso: pagine e pagine di riassunti di ciò che è già successo, spiegazioni dei personaggi come se fossero schede, dettagli minuziosi su casi giudiziari e giornalistici. Si sente fortissimo la natura dell’autore, che scrive quasi più da giornalista che da narratore.

Tutto viene esposto in modo molto “cronachistico”, e si percepisce anche l’intento di denuncia: il tema della violenza sulle donne è centrale, supportato da dati reali e riferimenti alla società svedese. Questo aspetto è interessante, ma spesso appesantisce la narrazione.

Il punto forte resta, e resterà sempre, Lisbeth. È il personaggio che tiene in piedi tutto.
Però anche lei ha dei problemi: si insiste continuamente su quanto sia magrissima — una volta basta, non serve ripeterlo all’infinito — e soprattutto è troppo perfetta. Capisce tutto, sa fare tutto, legge una volta e ricorda tutto, parla tutte le lingue… diventa quasi irritante.

Il problema più grande, però, sono le donne del libro. Paradossalmente, in un romanzo che vuole denunciare gli uomini che odiano le donne, le figure femminili risultano poco realistiche: tutte sfrontate, sempre pronte, intelligentissime, autonome… e guarda caso tutte interessate al protagonista maschile.
Non ce n’è una davvero credibile. Sono donne costruite, più che vissute. Non le peggiori in assoluto, ma si poteva fare molto meglio.

La trama gialla è interessante, anche se non costruita in modo davvero avvincente. Funziona, ma non coinvolge come potrebbe. I personaggi principali sono interessanti, quelli secondari spesso noiosi o appena accennati: sembrano più pedine che persone.

Altro fastidio: l’uso continuo di parole inglesi nei dialoghi. Sentire “sorry” in mezzo a frasi italiane è ridicolo, davvero.

E poi il finale: dopo aver risolto il caso principale (quello di Harriet), ci si aspetterebbe una chiusura più fluida. Invece no: parte tutto il blocco sul caso giuridico del protagonista, con spiegazioni tecniche, dettagliate, e ancora una volta prolisse, su come Lisbeth sistemi tutto.
Anche le parti scritte come email risultano pesanti.

In sintesi:
Storia memorabile,
Lisbeth eccezionale, ma migliorabile,
lui antipatico,
il resto indifferente.

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Review: Topolino n. 3673

Topolino n. 3673 Topolino n. 3673 by Walt Disney Company
My rating: 1 of 5 stars

Sempre le stesse noiose voci

hermio

Ho fatto caso che ogni storia di Topolino è scritta e disegnata da uomini. L’unica che sembra avere una poltrona d’onore è quella che realizza la vignetta iniziale, che è orribile e soprattutto sempre uguale: cerca di essere divertente ma risulta patetica.

A parte questo — anzi, a parte questa — perché non ci sono donne che fanno storie?
Dato che il giornale sta andando a rotoli in quanto a fantasia, genialità, originalità e capacità di riportare i classici canonici, perché non provare a dare spazio a qualcuno di diverso? Io non credo che non esista una domanda femminile.
Molto strano, soprattutto in un periodo come questo. Boh… suona strano, eh?

1- IL MERAVIGLIOSO MAGO DI OZ - LA LUNGA STRADA GIALLA - 1
Storia di: Francesco Artibani
Disegni di: Paolo Mottura

Terribile, come tutte le parodie e tutte queste “rivisitazioni strane”.
Innanzitutto non c’è originalità: si riprende Il mago di Oz (senza che se ne sentisse il bisogno) e lo si rimaneggia creando solo confusione.
Una storia che già di per sé non mi interessa, e se devo leggerla preferisco l’originale. Questa è solo un pasticcio, con vignette prolisse e disegni pretenziosi.
E come se non bastasse, è pure la prima parte.

2- PAPERINO BRAVO A PAROLE
Storia di: Tito Faraci
Disegni di: Francesco D’Ippolito

Ecco la storia senza trama — e quindi non è una storia.
Paperino prepara un discorso per chiedere soldi a Paperone, il discorso non serve e lui si arrabbia.
Vabbè, ciao.

3- PIPPO, MINNI E IL BAULE GALATTICO DEL BIS-BIS - L’INVASIONE DI SUSHETTIBIL III - 1
Storia di: Roberto Gagnor
Disegni di: Marco Palazzi

Questa dà proprio l’idea di chi cerca di inventare qualcosa senza avere il minimo genio. Una di quelle storie in cui ci si sforza… e viene fuori solo una schifezza.
Pippo e Minni (coppia improbabile) usano un baule nella soffitta per finire su un pianeta, ma la storia si interrompe senza dire niente.
Ma chi se ne frega? Una marea di vignette inutili, confusionarie e infantili.

4- PAPERINO, QUI, QUO, QUA E LA SCALATA AL SUCCESSO
Storia di: Gorm Transgaard
Disegni di: Andrea Ferraris

Ecco la storia con il contorno giallo brillante, perfetto per rendere la lettura ancora più faticosa.
Paperino sprona i nipoti a vincere una gara, mentre un altro bambino è spronato dal padre. Alla fine nessuno vuole vincere.
Quindi? Le gare sono inutili?
Solita morale da quattro soldi, propinata in una storia già terribile.

5- ZIO PAPERONE E IL ROBOT AUTODIDATTA
Storia di: Giovanni Eccher
Disegni di: Paolo De Lorenzi

L’idea non è male, ma è sviluppata in modo prolisso e ridondante: si ripetono le stesse cose con vignette superflue che portano solo alla noia.
Paperone sostituisce Battista e Paperino con un robot che si replica e invade la città. Tutti sono contenti e scontenti, finché Battista insegna ai robot a dormire e questi si spengono.
Sembra una critica alla tecnologia, ma è quella solita critica superficiale e ignorante che dice che la tecnologia può sostituire l’umanità.
Patetiche pillole di saggezza. Bocciata anche questa.

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Review: La strada

La strada La strada by Cormac McCarthy
My rating: 1 of 5 stars

Che palle

hermio

Uscito nel 2006, ormai è superato. Non è visionario: è proprio scaduto.

Possiamo dire, per esempio, che Isaac Asimov è un visionario: anche quando quello che raccontava oggi sembra passato, la sua immaginazione resta originale e potente. Qui invece no. Tutto quello che viene narrato l’abbiamo visto e stravisto. Più che un premonitore, sembra la prova di un’idea che non si sviluppa mai davvero.

L’inizio è pieno di cliché: mondo distrutto, padre e bambino che vagano, atmosfera alla The Walking Dead ma senza niente di nuovo. Anzi, lì almeno c’erano gli zombie. Qui non c’è niente.

Il problema principale è che non succede niente. Questi due vagano, vagano, vagano… ma per fare cosa? Non c’è una meta, non c’è una trama, non c’è un perché. Il libro è esattamente quello che dice il titolo: una strada. Solo quella.

E poi i personaggi: “l’uomo” e “il bambino”. Sempre così. Nessun nome. Nessuna identità. Nessuna personalità. Due pedine vuote di cui non ce ne frega niente. Quando uno scrittore non dà un nome ai suoi personaggi significa che non gli importa davvero di loro, e infatti qui si sente tutto. Io, non tifavo per loro, facevo il contrario: aspettavo che succedesse loro qualcosa, qualsiasi cosa… ma non succede mai niente.

I dialoghi sono ridotti all’osso e sempre uguali:
“Stiamo bene?”
“Sì, stiamo bene.”
“Dove andiamo?”
“Andiamo avanti.”

Sempre così. E ogni tanto spuntano riferimenti religiosi buttati lì, che non sembrano neanche sentiti, solo aria fritta.

Altro problema enorme: nessuno sa raccontare davvero il mondo post apocalittico. Tutti descrivono il dopo, ma nessuno sa spiegare cosa è successo. Qui non si sa niente: né come si è arrivati a questo punto, né cosa succederà dopo. È tutto sospeso, ma non in modo interessante. È semplicemente vuoto.

E poi le parti “filosofiche”: lo scrittore vuole trasmettere un senso di disperazione, oscurità, dolore… ma non arriva niente. Per riuscirci bisogna saper scrivere benissimo oppure aver vissuto certe emozioni. Qui non c’è nessuna delle due cose. Resta solo una pretesa continua di profondità.

Il libro è tutto uguale. Puoi aprirlo a qualsiasi pagina e trovi sempre la stessa cosa: l’uomo cammina, il bambino dorme, mangiano, si lamentano, vanno avanti. Stop.

Alla fine cerca anche di farti piangere con un finale costruito apposta, ma a quel punto il lettore si è già addormentato. Prima tutto nero, pessimismo totale, poi un happy ending ridicolo e completamente forzato. Fa più ridere che emozionare.

È la classica storia post apocalittica che si prende troppo sul serio: “noi siamo i buoni, loro i cattivi”, con questo falso eroismo continuo. Prevedibile fino all’inverosimile. Non si sa se è più soporifera o più prevedibile… forse è soprattutto insopportabile.

E pretenziosa. Con quel tono da filosofo che non si toglie mai, con le sue pseudo pillole di saggezza che risultano solo pesanti.

Una storia con due soli personaggi dovrebbe essere ancora più forte, più curata, più intensa. Qui invece sono solo marionette vuote.

In due parole: che palle.

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Review: Topolino n. 3672

Topolino n. 3672 Topolino n. 3672 by Walt Disney Company
My rating: 1 of 5 stars

Ma basta mettere i baffetti a Topolino!

hermio

Topolino fa cilecca non solo per quanto riguarda le trame, una peggio dell’altra e sempre più infantili (ma veramente, in Il mio primo Topolino cosa ci mettono?), ma anche per i disegni: ci propinano sempre un Topolino orribile con i baffetti e disegni sempre meno curati e meno fedeli ai personaggi originali.
Disastro totale su tutta la linea anche questa settimana. Un progetto ormai deragliato.

1- LE TOPS STORIES - TOP DE TOPS E IL FARAONE PERDUTO
Storia di: Giorgio Pezzin
Disegni di: Davide Cesarello

Top de Tops sarebbe un antenato di Topolino e Topolino ha i suoi diari e si mette a leggerne uno con Pippo. Questo tipo, impersonato da una versione alterata di Topolino, va in Egitto a scoprire un mistero di Tutankhamon. C’è poi la versione alterata di Pippo che lo aiuta in modo strambo e quella di Pietro che lo ostacola, sempre in modo strambo.
Oltre alla noiosità della storia, dalla trama ridondante e per niente accattivante, il problema più grande è che questo antenato di Topolino l’hanno fatto con i baffetti. La settimana scorsa Topolino ce l’hanno propinato con i baffetti sotto copertura, ora di nuovo così. Basta mettere i baffetti a Topolino: fanno schifo.

2- PAPEROGA E LA SINFONIA DEI 5 SENSI
Storia di: Andrea Malgeri
Disegni di: Lucio Leoni

Ed ecco la storiella senza senso. Paperoga, più tonto che mai, sembra avere delle qualità musicali e aiuta Pico a sistemare un problema con il fantasma di un direttore d’orchestra arrabbiato.
Tutto risolto con vignette senza dialoghi, e forse a questo punto è anche un bene, anche se per la narrativa è un disastro.
Queste sono le storielle da mettere ne Il mio primo Topolino, perché vanno bene per chi fa l’asilo.

3- ZIO PAPERONE E LO SCRANNO DELLA VERGOGNA
Storia di: Davide Aicardi
Disegni di: Davide Riboni

Altra storia senza trama, senza senso e senza niente. Paperone al Club dei Miliardari si accorge che i suoi colleghi hanno nascosto la sua sedia perché è tutta rotta, dato che lui non se ne prende cura per parsimonia. Un tipo invece di prenderlo in giro lo prende di esempio proprio per la parsimonia. Stop.
Sembra che qui siano parsimoniosi anche con la trama: facciamo storie senza, così si risparmia tempo.

4- TORNA A CASA, MALACHIA
Storia di: Pietro Zemelo
Disegni di: Marco Mazzarello

Di solito le storie con questo gatto non erano male: semplici, brevi, un po’ spiritose, fuori dalle righe, carine. Invece sono riusciti a rovinare anche questo personaggio.
Penso che questa sia proprio la storia più brutta in cui lo vedo. Questo gatto improvvisamente vuole diventare randagio, Paperino va a cercarlo, ma lui torna da solo. Stop.
E poi di solito questo gatto ce l’ha Paperoga… ma non è un personaggio canonico come Pluto, quindi c’è o non c’è non si sa. A questo punto, se dovete fare storie così, non mettetelo più.

5- FURTO A SORPRESA
Storia di: Monica Manzoni
Disegni di: Ángel Rodríguez

Ma come facevo a sperare in qualcosa di buono? Dopo un numero del genere, anche il finale mantiene la stessa qualità pessima.
Ecco la storiella con il contorno giallo fastidioso: ma come si fa a incorniciare le pagine con un giallo accecante?
Abbiamo Topolino, Paperino e Pippo in un supermercato (mischiare topi e paperi funzionava nel passato, quando sapevano scrivere storie; qui stona). I tre risolvono il furto di alcuni diamanti, ma non c’è altro: nessun colpo di scena, nessuna sorpresa, niente.
Storia piatta e disegni poco convincenti.

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Review: Il problema dei tre corpi

Il problema dei tre corpi Il problema dei tre corpi by Liu Cixin
My rating: 1 of 5 stars

soporifero

hermio

Noiosissimo già dall’inizio: l’elenco dei personaggi è infinito, e se c’è bisogno di una lista per ricordarli vuol dire che sono troppi. Tanto, comunque, non restano impressi.

La parte iniziale, ambientata nella Cina degli anni ’60, è estremamente prolissa. Va bene costruire un contesto politico e culturale, ma qui si esagera: una scena che su Netflix dura cinque minuti occupa pagine e pagine. Il risultato è solo uno: noia.

Questo libro è soporifero. Le parti che cercano di essere “scientifiche” appesantiscono ancora di più la lettura: non è vera scienza, è fantascienza che si traveste da scienza, e tutti questi sproloqui finiscono solo per rallentare tutto.

La scrittura è semplice e super descrittiva, quasi come una sceneggiatura già pronta. Non a caso, nella serie molte scene sono riportate praticamente identiche, ma lì funzionano meglio: vengono condensate, filtrate, rese più chiare. Il libro invece affoga un’idea di base interessante in un mare di parole inutili che cercano di spiegarla quando non ce n’è bisogno.

La serie ha anche altri miglioramenti: l’ambientazione occidentale, per esempio, funziona meglio. Ma ha anche difetti evidenti, come l’aggiunta forzata di relazioni e scene inutili, inserite solo per fare effetto.

Tra i cambiamenti più inutili ci sono anche quelli dei personaggi, trasformati di genere senza un motivo apparente, probabilmente per un maldestro tentativo di risultare più inclusivi: il creatore delle nanofibre diventa una donna inglese, il “seguace” nel videogioco cambia genere… scelte che non aggiungono nulla.

Detto questo, la serie ha almeno provato a sistemare i personaggi, rendendoli più accattivanti e più adatti alla narrazione. Nel libro, invece, i personaggi sono deboli, i dialoghi lentissimi, tutti con la stessa voce, senza identità. Non ci si affeziona a nessuno.

È il classico esempio di una buona idea distrutta da una narrativa mediocre. L’idea di base c’è, ed è quella che Netflix ha cercato di salvare, ma nel libro viene completamente sommersa da conversazioni interminabili, spiegazioni inutili e personaggi detestabili.

E poi ci sono anche i documenti inseriti nella narrazione: a quel punto non è più un romanzo, è un’esposizione di appunti. E la differenza si sente.

Arrivare alla fine è stato uno sforzo. Avevo pensato di leggere tutta la trilogia per arrivare preparata alla serie, ma sinceramente non ne ho nessuna voglia. Non mi interessa.

La serie, per quanto si impegni, non riesce comunque a eliminare il problema principale: la storia resta piatta, lineare, senza emozioni. I personaggi sono tutti uguali, e non c’è nessun coinvolgimento.

Sia il libro che la serie si concludono con un nulla di fatto. Tre libri che in realtà sono un’unica storia divisa senza un vero motivo, allungata e annacquata. Non è una trilogia: è una storia spezzata.

La fantascienza qui pretende di essere scienza, ma quando entrano in gioco gli alieni questo tentativo perde completamente senso. Si passa troppo tempo a spiegare “come funzionano le cose” e nessuno a costruire una vera trama, fatta di emozioni.

E questo è il punto: mancano le emozioni. La storia scorre sempre nello stesso modo, piatta, atona, apatica.

Al cinema, da Star Wars a Avatar, passando per Passengers, i viaggi nello spazio funzionano perché raccontano storie di persone, non perché spiegano ogni dettaglio tecnico. Qui invece si fa l’opposto.

Una buona idea non basta per fare un libro. Conta come la racconti, e qui non funziona.

Addio a questa storia. Non ascolterò il secondo audiolibro e, a dirla tutta, non sono nemmeno così interessata alla seconda stagione della serie.

Io torno alla narrativa vera. Quando leggo voglio storie, non lezioni.
Se voglio studiare, vado altrove.

Addio.

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