🎬 Minions & Monsters: un grande e giallo sì 💛


Inaspettatamente questo film mi è piaciuto, e molto più di quanto mi aspettassi.


Anzi, è proprio questo l’aspetto più interessante. Il trailer non mi aveva ispirato per niente, anzi, lo avevo trovato quasi repellente. Però i Minions alla fine sono sempre carini, leggeri e divertenti, così mi sono detta: va bene, diamogli una possibilità.


Dal punto di vista tecnico il film è eccezionale. L’Illumination è seconda soltanto alla Pixar. La cura dei dettagli, la fluidità dei movimenti, le texture, le luci, i paesaggi… è tutto realizzato con una qualità altissima. Per me ci sono Pixar e Illumination, e poi tutti gli altri parecchio più indietro.


Ma la sorpresa più grande è la storia.


I Minions sono buffi e divertenti, ma dietro c’è sempre una trama interessante, scorrevole e capace di coinvolgere. Non è il classico film pensato solo per far passare il tempo ai bambini: è un film che diverte tutti, facendo anche sorridere con intelligenza.


Inoltre rende omaggio al cinema in un modo davvero riuscito. La storia è più ingegnosa di quanto ci si potrebbe aspettare e riesce a rimanere sempre leggera senza perdere ritmo.


Tra l’altro io non sono neanche una grande fan di questa saga, perché sono sempre stata molto più legata alla Disney. Però devo ammettere che questi film meritano di essere rivalutati. Hanno uno spirito diverso, più irriverente, che in questo caso funziona davvero bene e diventa un intrattenimento spiritoso senza risultare mai fastidioso.


Insomma, è un film che si può vedere e rivedere. Scorre così velocemente che finisce quasi senza accorgersene.


Sorprendentemente… brillante. ⭐


💛💛📚🐈‍⬛

🎬 L’Odissea: boh




Conosco l’Odissea solo a grandi linee e all’inizio mi sembrava di guardare la seconda stagione di una serie senza aver visto la prima. Piano piano quasi tutto si capisce, ma rimane una sensazione di confusione.


Il film è ben fatto. Si vede il budget, la cura per ogni dettaglio e la qualità della regia. Il problema, per me, è il ritmo. Da una parte è lunghissimo, dall’altra corre troppo. Una storia così immensa avrebbe funzionato meglio come miniserie, con il tempo necessario per raccontare tutto con maggiore chiarezza. Dopo la seconda ora ho iniziato a sentirne il peso e il finale mi è sembrato trascinarsi un po’ troppo.


La parte che mi ha colpita di più, in negativo, riguarda Argo. Subito una scena in dei cuccioli vengono buttati giù da una rupe e Ulisse ne salva uno, Argo. Sarà anche parte della storia, ma io queste cose non le voglio vedere. Poi il momento più significativo di tutto il film, quello del loro ultimo incontro, è anche il più sconvolgente. La storia di Argo è talmente potente da oscurare tutto il resto del film. È troppo, quando un film riesce a farmi stare così male, non posso apprezzare tutto il resto.


Mi ha lasciata perplessa anche il modo in cui viene affrontato il tema della guerra. Ho avuto l’impressione che a un certo punto il film cercasse di inserire una sensibilità moderna in una storia che appartiene a un altro tempo. Quando si sceglie di adattare una storia, bisognerebbe rispettarla.


Non mi ha convinto nemmeno il rapporto tra Ulisse e Penelope. Le loro scene sono ripetitive e noiose e il ricongiungimento finale è troppo sdolcinato.


Una nota finale, invece, tutta positiva: Agamennone. Pur comparendo poco, è il personaggio che mi è rimasto più impresso. Misterioso, inquietante e capace di rubare la scena persino a Ulisse.


Insomma… non riesco a dire che sia un brutto film, vale la pena vederlo, ma il mio giudizio resta uno solo: boh.

Review: Strani disegni

Strani disegni Strani disegni by Uketsu
My rating: 3 of 5 stars

essenziale e potentissimo
hermio

Su consiglio di un’amica che ama l’Oriente quanto me, l’ho ascoltato… e, appena finito, ho ricominciato subito dall’inizio.

A parte il piacere di rileggere un libro che ci è piaciuto, in questo caso la seconda lettura ha avuto un valore in più. Essendo un giallo, conoscere già il finale permette di cogliere tanti dettagli che la prima volta passano inosservati e rende tutta la storia ancora più forte.

La trama è sorprendentemente essenziale ma, proprio per questo, molto potente. Tutto ruota intorno a strani disegni lasciati dai personaggi coinvolti in vari casi irrisolti. Non aspettatevi però il classico giallo occidentale: il modo orientale di raccontare cambia completamente il ritmo della storia.

Come mi sta succedendo con tutti i romanzi orientali che sto leggendo, anche qui c’è una narrazione molto tranquilla. Persino quando gli eventi diventano inquietanti o sconvolgenti, tutto rimane credibile perché i personaggi sono costruiti con estrema semplicità. Non hanno nulla di straordinario, eppure riescono a essere interessanti e vivi proprio grazie alla loro naturalezza.

Inoltre questi libri mi permettono sempre di affacciarmi su una parte del mondo che continuo a trovare affascinante e piena di sfumature diverse dalle nostre.

Una nota speciale va anche all’autore.

Uketsu è uno scrittore e YouTuber giapponese che non ha mai mostrato il proprio volto. Si presenta sempre con una maschera bianca e una tuta nera, trasformando la sua stessa figura in una parte del mondo che ha creato.

Per me questo è un enorme punto a favore. In un’epoca in cui tutti sembrano voler mostrare continuamente la propria faccia, lui sceglie di rimanere dietro le quinte, lasciando parlare la sua creatività. È una scelta che trovo affascinante e persino fonte di ispirazione.

Ultimo dettaglio: la copertina. È semplice, inquietante e perfettamente coerente con il contenuto. Sfondo nero, disegni essenziali tracciati in bianco. Quando qualcuno sa davvero quello che sta facendo, si vede anche da questi particolari.

Ho scoperto che è uscito un altro suo libro e così ho già trovato il mio prossimo ascolto.

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Review: The Art of Comics. I personaggi Disney disegnati dai maestri

The Art of Comics. I personaggi Disney disegnati dai maestri The Art of Comics. I personaggi Disney disegnati dai maestri by Walt Disney Company
My rating: 2 of 5 stars

Creare, non copiare
hermio

Più che un libro nuovo, questo è una raccolta di tutti gli inserti pubblicati ultimamente ogni settimana su Topolino. L’unica rubrica che ho trovato davvero sensata in un settimanale che mi convince sempre meno.

Nel complesso l’ho trovato utile, ma soprattutto per la costruzione del volto dei personaggi. Quella parte è spiegata bene e permette davvero di capire come nascono Paperino, Topolino, Minnie, Pippo e gli altri.

Quando però si passa al corpo e soprattutto al personaggio in movimento, tutto diventa molto più frettoloso. In poche pagine non si riesce a costruire un metodo e le spiegazioni sono caotiche e inutili.

Neanche le pagine dedicate agli autori e al loro ambiente di lavoro sono interessanti da leggere e dal punto di vista pratico non aggiungono niente. Sono più una presentazione dell’artista che una lezione di disegno.

Forse sarebbe stato meglio dedicare molto più spazio a pochi personaggi invece di cercare di mostrarli tutti. Viene quasi da pensare che abbiano preferito non approfondire troppo per non svelare i “segreti” del mestiere. Del resto, questi personaggi appartengono alla Disney, non ai singoli disegnatori.

Ho scelto soltanto i personaggi che mi interessavano davvero: Paperino, Topolino, Minnie, Pippo e Pluto. Proprio Pluto mi ha fatto prendere una strada diversa: il suo design, così tubolare, non mi convinceva fino in fondo e, mentre lo disegnavo, ho finito per creare un cane tutto mio. Ed è forse questa la cosa più bella che mi porto dietro da questo libro: invece di limitarmi a copiare, mi ha spinto a trovare una mia soluzione.

Paperina, invece, l’ho saltata completamente, purtroppo. Lo stile della disegnatrice che la presenta non mi piace e quelle espressioni sarcastiche, secondo me, non si adattano per niente al personaggio, proprio come succede sempre nelle sue vignette settimanali.

In definitiva è un buon libro, utile soprattutto per chi vuole studiare i volti dei personaggi Disney. Poteva essere molto più approfondito, ma resta comunque una lettura che mi ha lasciato qualcosa.

Restituito alla Biblioteca.

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Review: Una piccola lavanderia a Yeonnam

Una piccola lavanderia a Yeonnam Una piccola lavanderia a Yeonnam by Jiyun Kim
My rating: 3 of 5 stars

La magia nella normalità
hermio

L’ho ascoltato due volte dí seguito, perché volevo passare ancora un po’ di tempo in quella lavanderia di Seul.

Avevo già letto qualche romanzo orientale, ma credo che questa sia la prima volta in cui sono riuscita davvero a entrare in sintonia con questo modo di raccontare. Una narrativa semplice, che non cerca continuamente di stupire con eventi straordinari o colpi di scena, ma che si concentra sulla vita di tutti i giorni e su persone assolutamente normali.

Ed è proprio questa normalità ad avere una sua magia.

Il libro riesce a costruire dinamiche coinvolgenti partendo da situazioni quotidiane e dimostra come anche le vite più comuni possano intrecciarsi in modo inaspettato.

Ho adorato l’idea del piccolo quaderno lasciato nella lavanderia. Un oggetto semplicissimo che diventa il filo invisibile capace di unire persone che, altrimenti, non si sarebbero mai conosciute. Attraverso quel quaderno il romanzo passa da un gruppo di personaggi all’altro e, poco alla volta, mostra come le loro vite siano collegate.

È bello vedere come questi incontri permettano ai protagonisti di sostenersi a vicenda nei momenti difficili, senza forzature e senza bisogno di trasformare tutto in qualcosa di eccezionale.

Anche l’ambientazione contribuisce moltissimo al fascino del libro. C’è quella quotidianità tipica della narrativa orientale che ormai trovo sempre più coinvolgente e che riesce a rendere interessante anche ciò che, raccontato diversamente, sembrerebbe ordinario.

Questa è stata una sorpresa emozionante. Era da tanto tempo che cercavo un libro davvero nelle mie corde e credo di aver finalmente trovato quel tipo di narrativa che mi fa venire voglia di continuare a leggere.

Anzi, questa lettura mi ha dato una conferma: almeno in questo periodo sento che, per trovare storie che mi coinvolgano davvero, devo guardare più verso l’Oriente che verso l’Occidente.

E infatti il prossimo libro mi aspetta già da quella parte del mondo.

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Review: La zia Julia e lo scribacchino

La zia Julia e lo scribacchino La zia Julia e lo scribacchino by Mario Vargas Llosa
My rating: 3 of 5 stars

Finalmente
hermio

È stata una sorpresa inaspettata. Durante una lezione di scrittura narrativa al mare, la professoressa ci ha fatto leggere un capitolo di questo libro. Già mi sembrava strano scegliere un capitolo a caso, e invece mi ha colpito così tanto che, appena tornata a casa, avendo appena finito il disastro del terzo Millennium, ho iniziato ad ascoltarlo.

Sono rimasta affascinata fin dalle prime pagine.

I personaggi sono costruiti con una naturalezza entusiasmante. È piacevole sentirli parlare: i dialoghi hanno ritmo, personalità e soprattutto risultano credibili. Non sono quelle conversazioni artificiali che sembrano scritte da qualcuno che non ha mai ascoltato parlare le persone. Qui si sente uno scrittore che sa davvero come far vivere i suoi personaggi.

La storia procede senza eventi spettacolari, eppure i personaggi vivono, respirano e sono interessanti semplicemente esistendo.

La parte che mi ha affascinato più di tutte, però, è quella dei radiodrammi. I capitoli dedicati alle storie scritte da Pedro Camacho, inseriti all’interno della narrazione principale, sono una trovata meravigliosa. Già l’idea di uno scrittore di radiodrammi fuori di testa che si traveste dai suoi personaggio mentre batte a macchina è splendida: è lui il vero protagonista del libro ed è uno dei personaggi meglio scritti che abbia mai incontrato. In più tutto l’ambiente della radio è raccontato con un fascino incredibile.

La storia d’amore, invece, normalmente non sarebbe il mio genere. Eppure qui è trattata in modo abbastanza misurato da risultare piacevole. Il ragazzo si innamora della zia, fanno di tutto per riuscire a sposarsi e, quando finalmente ci riescono, la conclusione arriva quasi in sordina. È curioso come la zia finisce per passare in secondo piano, mentre resta impressa soprattutto la figura dello scribacchino.

In un periodo in cui faccio fatica a trovare libri che mi coinvolgano davvero, questa è stata una sorpresa bellissima. Uno di quei romanzi che, oltre a farsi leggere con piacere, ti fanno venire voglia di leggere ancora… e soprattutto di scrivere.

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Toy Story 5: la magia di rinnovarsi




Sono andata a vederlo due volte: la Disney riesce sempre a stupirmi, anche quando il trailer non mi convince del tutto.


Toy Story è una serie che è cresciuta insieme a me. Ogni volta che esce un nuovo capitolo ho l’impressione che forse non sarà un granché… e ogni volta mi fa ricredere.


Anzi, credo che questo sia uno dei capitoli più affascinanti.


Come fa una saga di cartoni animati i cui protagonisti sono dei giocattoli a essere ancora così accattivante dopo decenni?


Probabilmente perché riesce a rinnovarsi senza dimenticare le proprie origini.


I personaggi sono quelli di sempre, ma continuano a evolversi. Dal punto di vista tecnico non c’è nemmeno bisogno di spendere troppe parole: la Pixar aveva già rivoluzionato il cinema d’animazione negli anni Novanta e continua ancora oggi a superarsi. Ma la vera forza del film non è solo la grafica.


È soprattutto la storia.


Toy Story 5 affronta in modo divertente, intelligente e sorprendentemente realistico l’impatto dell’era digitale sui giocattoli tradizionali. Lo fa senza cadere nei cliché che ci si potrebbe aspettare e, anzi, riesce quasi sempre a rimanere un passo avanti allo spettatore, che difficilmente riesce a prevedere come andranno le cose.


Durante la visione mi sono ritrovata continuamente a pensare: “È vero, è proprio così”. E, allo stesso tempo, mi è venuta una gran voglia di tornare a giocare con le mie bambole.


Ed è forse questa la magia più grande del film.


Non è soltanto un cartone animato per bambini. Come spesso accade con la Disney e la Pixar, è un film capace di parlare a tutte le età. Ognuno ci ritrova qualcosa di diverso, a seconda del proprio rapporto con i giocattoli, con i ricordi e, in questo caso, anche con il mondo digitale.


Non c’è niente di infantile in questa storia.


C’è invece qualcosa di profondamente intelligente.


Come se non bastasse, la ciliegina sulla torta è la colonna sonora. La canzone finale interpretata da Taylor Swift accompagna perfettamente i titoli di coda e, almeno per me, è una delle sue canzoni più riuscite.


Un film da vedere.


E da rivedere.


🧡

Supergirl: da guardare, non da amare

 Supergirl: da guardare, non da amare





Un film che inizia in sordina, forse anche troppo. Parte senza che succeda davvero qualcosa di interessante e perde parecchio tempo a mostrarci Supergirl, facendocela vedere soprattutto come una ragazza allo sbando, con tanti poteri ma senza nessuno accanto, tranne il suo cane. Un cane che, tra l’altro, mi è sembrato un po’ troppo digitalizzato, tanto da rendere difficile perfino affezionarsi a lui.


Supergirl ci parla continuamente di suo cugino Superman, protagonista del film uscito l’anno scorso, sottolineando quanto si senta sbagliata, strana e autodistruttiva rispetto a lui. Poi però prende a cuore la storia di una ragazzina insipida, il classico personaggio che segue il supereroe di turno e che permette di raccontarne il passato, riprendendo molti degli elementi ormai canonici dell’universo DC.


Certo, Supergirl è la protagonista, ma ho avuto la sensazione che il film fosse più interessato a mostrarci il personaggio che a raccontare davvero quello che fa. Eppure riesce comunque a funzionare, perché non è mai noioso. Ha quel ritmo veloce, pieno di battute e sarcasmo, ormai tipico di questo genere.


La cosa interessante è proprio questa: il film scorre nonostante tutto. Nonostante la trama sia molto semplice, i personaggi siano pochi e il finale piuttosto prevedibile. Già dal trailer si intuiva quasi tutto: il cane ha un problema, lei farà di tutto per salvarlo e, nel frattempo, cercherà di rimettere insieme i pezzi della propria vita.


Quello che mi ha colpito di più è la regia. Pur non essendo diretta da James Gunn, sembra quasi riprenderne lo stile: musiche continue, scene spettacolari, immagini accattivanti e un ritmo che non lascia respirare. Tutto funziona dal punto di vista dello spettacolo.


Il problema è che, alla fine del film, mi sono chiesta: mi è piaciuta davvero questa storia?


E, a dire la verità, non so rispondere di sì.


Mi è piaciuto guardarlo, questo senza dubbio. Ma forse non amarlo. Per amare davvero una storia serve anche una trama forte, soprattutto quando si parla di supereroi che conosciamo da decenni. Oggi serve qualcosa di nuovo, senza perdere ciò che li ha resi grandi.

🧡


Review: La regina dei castelli di carta: Millennium 3

La regina dei castelli di carta: Millennium 3 La regina dei castelli di carta: Millennium 3 by Stieg Larsson
My rating: 1 of 5 stars

Lisbeth si annulla
hermio

Ormai è la solita minestra riscaldata. L’autore usa una storia inventata che non ha più niente di nuovo e la trascina senza speranza solo per proporre dati statistici, studi sociali e polemiche che possono anche avere un valore, ma non all’interno di un libro che dovrebbe essere narrativa. Qui la storia esiste solo per presentare dei fatti e sostenere una tesi. Di conseguenza è noiosa. E poi è sempre scritta nello stesso modo: schematico, descrittivo, piatto. I personaggi si trascinano e girano continuamente intorno alle stesse cose.

La verità è che questi tre libri, letti vent’anni fa, mi avevano lasciato un’impressione molto migliore. Probabilmente avevo bisogno di un personaggio come Lisbeth e la saga me lo aveva dato. Oggi però mi accorgo che, oltre a Lisbeth, questi libri offrono molto meno di quanto ricordassi. E paradossalmente sono proprio i libri a rovinare Lisbeth.

Continuo a pensare che non abbia alcun senso dividere questa storia in tre romanzi. Il primo ha una sua identità precisa, mentre il secondo e il terzo si trascinano inutilmente. Sarebbe bastato un solo seguito. Tutto il passato di Lisbeth diventa una costruzione macchinosa utile soprattutto a introdurre spiegazioni interminabili sulla criminalità, sulle istituzioni e sui meccanismi sociali.

Il libro non narra mai davvero. Spiega continuamente. I personaggi fanno sempre le stesse cose: accendono il computer, preparano il caffè, fanno ricerche, parlano tra loro in conversazioni interminabili. Nel frattempo Lisbeth sembra quasi Robocop. Non è oscura, non è misteriosa, non è fragile. È semplicemente una persona che sa fare tutto.

Sa usare i computer, sa fare calcoli impossibili, sa combattere, sa sparare, sa sopravvivere, sa prevedere qualsiasi cosa. Troppo. Talmente troppo da diventare insopportabile.

Anche Mikael continua a vivere nella sua realtà parallela dove tutte le donne si innamorano di lui. Incontra una donna e inevitabilmente finisce nello stesso schema. Erica continua a ripetere sempre gli stessi discorsi. Tutto sembra fermo.

Lisbeth perde persino centralità. Più che agire, viene raccontata dagli altri. C’è continuamente qualcuno che lavora per lei, parla di lei, cerca di salvarla o di aiutarla a portare avanti una storia che si trascina senza vera tensione.

Il processo occupa una parte enorme del libro e dovrebbe essere il grande momento conclusivo. Invece risulta prevedibile. L’avvocato di Lisbeth appare quasi infallibile e tutti i cattivi vengono sistemati con una facilità che toglie ogni coinvolgimento.

Poi arriva il finale, e persino dopo la conclusione c’è un epilogo lunghissimo che serve soltanto a celebrare ancora una volta Lisbeth come una specie di supereroina.

In definitiva questa rilettura mi ha lasciato una sensazione completamente diversa rispetto a vent’anni fa. La scrittura mi è sembrata noiosa, didascalica, prolissa, giornalistica e poco narrativa. Lisbeth resta un buon personaggio, ma nei film funziona meglio che nei libri. Qui viene soffocata dalla stessa saga che dovrebbe valorizzarla.

Troppi dossier. Troppe spiegazioni. Troppa polemica sociale.

Una trilogia che oggi vale più come leggenda da ricordare che come opera da rileggere.

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Review: La casa degli spiriti

La casa degli spiriti La casa degli spiriti by Isabel Allende
My rating: 1 of 5 stars

la casa dei problemi
hermio

Il libro inizia narrato in terza persona e subito si sente una forte enfasi femminista e progressista. La descrizione delle condizioni femminili e delle ingiustizie subite dalle donne cerca di essere oggettiva, ma lascia comunque trasparire la visione dell’autrice.

Quando poi la narrazione passa in prima persona con il personaggio maschile, tutto diventa meno credibile. Si sente troppo che è un uomo scritto da una donna, quasi una versione idealizzata dell’uomo vista attraverso uno sguardo femminile. Il risultato è un personaggio che non convince e che finisce per diventare noioso. Peccato, perché all’inizio la storia aveva saputo incuriosirmi.

Il libro oscilla continuamente tra due estremi: a volte vuole essere raffinato, elegante, quasi ricercato; altre volte diventa brutale, sporco e persino sgradevole. Esteban, per esempio, è un personaggio rivoltante. Ogni volta che compare lascia dietro di sé episodi di crudeltà, soprattutto verso gli animali, che risultano davvero difficili da leggere.

Il problema principale, però, è un altro: questo non mi è sembrato un vero romanzo. Sembra piuttosto lo schema preparatorio di un romanzo molto più lungo che non è mai stato scritto. Succedono continuamente eventi, ma raramente vengono davvero narrati. Si passa da una situazione all’altra come in un lungo riassunto. I personaggi vengono presentati, alcune idee sono interessanti, ma quasi nulla viene approfondito davvero.

La sensazione è quella di leggere una lista di avvenimenti piuttosto che una storia vissuta. Tutto resta vago, accennato, raccontato dall’esterno. Quando poi compaiono anticipazioni sul futuro dei personaggi, il risultato è ancora più strano: sembra quasi che l’autrice voglia raccontare una storia enorme senza avere voglia di svilupparla davvero.

Anche i continui riferimenti alla violenza sugli animali rendono il libro invecchiato male. Sarà anche il riflesso di un’altra epoca, ma oggi certi episodi risultano semplicemente fastidiosi e disturbanti.

Verso la fine il problema peggiora ulteriormente. La narrazione viene quasi completamente sostituita dalla volontà di raccontare la situazione sociale, politica e culturale del paese. L’attenzione si sposta sempre di più dalla storia ai messaggi che l’autrice vuole trasmettere. L’intento è sicuramente nobile, ma il risultato è che i personaggi e la loro vicenda vengono diluiti fino a perdere forza.

Si ha continuamente la sensazione che la narrativa sia soltanto uno strumento, un’impalcatura costruita per parlare di donne maltrattate, tensioni politiche, sofferenze sociali e ingiustizie storiche. Temi importanti, certo, ma che qui finiscono per soffocare la storia invece di arricchirla.

L’ultima parte è quella che ho apprezzato meno. La componente di denuncia sociale e femminista prende completamente il sopravvento e la narrativa quasi scompare. Alla fine c’è anche un tentativo di chiudere il cerchio collegando il finale all’inizio, ma tutto risulta confuso: non è chiaro chi stia scrivendo, chi stia raccontando e quale sia davvero la struttura del libro.

È un problema che ritrovo spesso nei libri della Allende: la narrativa sembra diventare una semplice intelaiatura per sostenere idee e messaggi. Alcuni personaggi restano interessanti, altri detestabili, ma nel complesso ho avuto la sensazione di leggere più un manifesto che un romanzo.

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The Mandalorian and Grogu 🧡 questa è la Via



Un film che soddisfa tutte le mie aspettative e, anzi, le supera.


È un film che può piacere sia a chi ha amato la serie, sia a chi non l’ha mai vista. Può conquistare i nuovi fan di Star Wars, quelli che seguono soprattutto le serie televisive e persino chi normalmente non le guarderebbe mai.


È un film capace di soddisfare sia i fan storici sia quelli più recenti, perché in alcuni passaggi, in certe inquadrature e nel modo stesso in cui la storia si sviluppa, c’è qualcosa di retrò. Tutto scorre in modo naturale ma al tempo stesso accattivante.


Il film non rallenta mai. Scorre quasi come se fosse diviso in due episodi: il primo più oscuro, con atmosfere quasi cyberpunk; il secondo che si apre a paesaggi verdi che ricordano molto la trilogia classica. Eppure, per tutta la durata, resta fedele all’anima di Star Wars.


Non è mai vecchio. Rispetta lo stile classico ma mantiene ritmi moderni. Non cerca di imitare il passato: si ricorda semplicemente di cosa sia Star Wars. E proprio per questo riesce a essere piacevole per tutti.


Non ci sono tragedie forzate, ma ci sono sentimenti, momenti divertenti e personaggi che funzionano. Grogu è irresistibile come sempre, forse persino più del solito. I personaggi sono ben strutturati e ben bilanciati, i cattivi sanno fare i cattivi e il mondo rimane fedele a sé stesso e a quanto visto nella serie.


Persino le musiche trasmettono una piacevole nostalgia a chi ha seguito le avventure del Mandaloriano. Dopo aver visto il film viene quasi voglia di ricominciare la serie da capo.


Non è una storia epica, ed è proprio questa la sua forza. È una storia semplice che, senza bisogno di esagerare, riesce comunque a trasmettere un messaggio importante.


Dura circa due ore e non annoia mai. Anzi, appena finito viene subito voglia di rivederlo. E infatti io l’ho già visto due volte.


È un film che rispetta tutto ciò che è venuto prima e continua il percorso iniziato dalla serie.


Perché, dopo tutto, questa è la Via.


✨🧡