Io sono l'abisso by Donato CarrisiMy rating: 1 of 5 stars

La storia è prevedibile e poco credibile ma scritta in modo scorrevole, un libro che non è pesante. Tutto ciò però fa capire che non c’è stile, la scrittura è semplice perché è piatta, non emerge la passione dello scrittore nello scrivere, si sente che è un libro fatto perché l’editore di tanto in tanto vuole un libro da vendere e questo è il classico libro da fabbrica dei libri, fatto senza una reale necessità artistica da parte dello scrittore che si sente particolarmente ispirato ma questo è lo scrittore che scrive solo perché deve scrivere e si sente da ogni pagina, non trasuda nessuna emozione, persino i messaggi che vengono inseriti tra le pagine sono talmente tanto banali che nasce il sospetto che neanche di quegli argomenti allo scrittore gliene frega niente.
Per esempio tutto quel discorso sulle donne maltrattate è talmente tanto aria fritta che fa ridere: c’è una donna con una brutta storia che vuole aiutare le donne maltrattate. Questi concetti del maltrattamento femminile sono così tanto riciclati da quello che si dice tutti giorni che non se ne può più di vederli inseriti come riempitivo. Da quasi fastidio sentire parlare di un problema attuale chi non l’ha mai vissuto soprattutto se a scrivere è anche un uomo che prende le parti delle donne facendo tutti questi discorsi preconfezionati che non avevamo bisogno di sentire.
Ovviamente c’è anche una storia d’amore gay tra due donne per rendere il tutto anche molto inclusivo e soprattutto per renderlo anche più ridicolo, come sempre le storie d’amore gay sono tra i personaggi secondari! Inclusivi sì ma non esageriamo! Persino questa parentesi gay serve per propinarci i soliti argomenti non sentiti: una donna carabiniere già ha la vita difficile poi se deve dire pure che è gay… ah che palle!
Tutti i personaggi sono stereotipati, la donna con il passato difficile che aiuta altre donne, la donna gay che si deve fa strada in un mondo di uomini… si aggiunge poi anche il professor ubriacone. E poi arriva il personaggio più patetico che abbia mai letto: la ragazzina col ciuffo viola, la ricca viziata con i problemi!
Nel libro c’è anche una non troppo velata critica ai ricchi quelli che hanno un sacco di soldi senza fare niente e che stanno nelle ville che hanno la servitù (altro stereotipo) e che gli vuoi dire? Di solito chi li critica li invidia. Ecco che poi ci sono tutti questi ricchi che sembrano belli e bravi ma in realtà sono tutti dei pezzi di merda anche i genitori di questa ragazzina che non si sopporta, un personaggio così indigesto che ho paura di incontrarlo nel film…
Come se non bastasse la trama non è per niente originale: il cattivo di turno che secondo l’autore è ispirato a un noto criminale (il mostro di F) sembra invece a me totalmente uguale al protagonista di Split che nei capitoli due e tre si affeziona anche lui ad una ragazzina… già c’è anche questo detestabile cliché: il cattivo fa amicizia con una piccola povera ragazza… anzi in questo caso ricca.
I tre personaggi principali non hanno nome ma vengono sempre e solo indicati come la ragazza col ciuffo viola, quello che pulisce e la cacciatrice di mosche. Questo è un espediente per creare colpi di scena e ce ne sono vari ma tutti talmente tanto scontati che mi ha fatto un po’ tenerezza la loro rivelazione, credevi veramente che nessuno l’aveva capito?
Il Ta Dam finale che doveva essere una specie di capolavoro non è per niente sconvolgente: l’avevo capito dall’inizio.
Non mi piace che già sappiamo chi è l’assassino, non c’è un vero e proprio caso perché noi sappiamo chi è l’assassino e vediamo la cacciatrice di mosche capire chi è seguendo degli indizi che però lo portano ad avere delle intuizioni un po’ troppo geniali per essere credibili. Dunque non è un caso da risolvere ma un caso che vediamo da entrambe le parti e ciò rende la storia più debole ma sicuramente creare un giallo come si deve non è da tutti.
Dato che sono in modalità ipercritica vado avanti senza esclusione di colpi: vogliamo analizzare il titolo? “Io sono l’abisso” è un titolo buttato lì tanto per far scena e che non ha senso nella storia ma che per imporglielo viene inserito un po’ a caso e forzatamente tra le battute dei personaggi senza una particolare necessità di quella battuta. Il classico titolo d’effetto.
Per ragionare su questo libro l’ho paragonato a due libri che invece mi sono piaciuti molto. Il primo paragone l’ho fatto con “il silenzio degli innocenti” perché anche in quel caso c’è la ricerca di un assassino senza che però noi sappiamo chi è e così si crea la vera suspence, perché dobbiamo scoprire chi è e ce lo possiamo ritrovare davanti da un momento all’altro come effettivamente succede con un vero colpo di scena finale quando Clarice va alla casa giusta e la polizia a quella sbagliata! Quello è il vero sorprendere il lettore dopo avergli fatto credere una cosa!
Anche nel silenzio degli innocenti lo stile di scrittura è semplice ma i personaggi presentati sono credibili perché sono più normali non hanno caratteristiche speciali che li inseriscono in una categoria.
Ho poi paragonato questo libro a IT: è più facile credere all’esistenza di un mostro come quello dipinto da SK che a tutti questi personaggi che fanno parte di io sono l’abisso. Quando si legge IT e poi dopo ci si ritrova in una stanza buia da soli si sente la paura crescere perché dopo la lettura si è instillata in noi tanto da credere all’esistenza di quel mostro. Andando avanti con la lettura di questo libro invece niente è credibile anche perché tutti sono collegati in un modo talmente tanto perfetto che non può esistere nella realtà, non può essere sempre tutto così incastonato per rendere perfetta la scena tanto da fare tutti quei colpi di scena ogni tanto.
Lo scrittore inserisce una critica alla cultura cattolica a pagina 379 dandosi un’altra zappa sui piedi quando dice che la nostra cultura cattolica ha idealizzato la figura materna e quindi tendiamo a rimuovere per principio l’idea stessa che si possa disprezzare ciò che si è messo al mondo. Bah. Ma cosa vuol dire la cultura cattolica? Io sono d’accordo che c’è l’idea che la madre è un mito della società ma non è il cattolicesimo che te lo dice, è il sistema, anche gli atei osannano le madri dunque se vuoi criticare un concetto punta meglio il mirino, sarebbe stato un argomento interessante ma anche lui lo dice proprio alla fine in una riga quasi nascosta, dire che una madre è malefica è un tabù e lui ha fatto finta di dirlo.
Dulcis in fundo si scorda di ringraziare i lettori, grazie all’editore grazie a quello che mi ha consigliato grazie a quello e a quell’altro grazie alla sorella ai genitori e alla compagna (ma per carità) ma i lettori? Niente? Dai ringraziamenti che leggo sempre con molta cura si capisce molto dello scrittore e della sua umiltà: senza lettori col cazzo che facevi anche il film.
Lascio per ultima la parte che mi ha lasciato di stucco all’inizio della lettura. Lo scrittore esordisce con una dedica, dedica il libro ai figli: A Tizio e Caio, i miei figli, le mie storie più belle. Io mi sono incazzata subito perché non è possibile che uno scrittore si sminuisce così, a parte che fare i figli non è fare opere d’arte perché è un processo naturale e che involve il DNA mentre scrivere libri è dato sia dal DNA ma anche dal lavoro dalla fantasia dall’arte e soprattutto i libri si fanno da soli, i figli no. Dunque se lo scrittore inizia il libro dicendomi che i suoi libri non valgono un cazzo perché sono meglio i figli allora forse è meglio che non scrivi più, anche nel rispetto degli scrittori veri.
Non sopporto questi discorsi sdolcinati, vuoi dedicare i libri ai figli? Fai come ti pare ma non dire che loro sono meglio dei libri che scrivi, ma che paragone è?
Questo libro mi ha fatto incazzare. Quindi mi approccio a vedere libro con un animo un po’ irrequieto.
Concludo veramente dicendo che posso criticarlo quanto mi pare ma è uno degli scrittori più venduti d’Italia, è il più amato e probabilmente scrivendo ha avuto anche una visione d’insieme del film che poi ha diretto, cioè ha scritto il libro con la visione del film che avrebbe poi diretto quindi non l’ha fatto tanto complicato in modo da poterlo proporre visivamente, credo. Dati i suoi successi precedenti immagino che aveva già accordi per fare un film del libro che scriveva e allora l’ha scritto adeguandosi.
Non voglio dire che è incapace dato che poi riesce a fare tutta questa cosa di scrivere un libro dirigerne il film è scriverne la sceneggiatura e soprattutto avere successo in tutto, dico solo che questo libro è orribile per tutti i motivi che ho scritto sopra.
Quindi da una parte c’è quello che dico io che non mi piace e mi sta sul cazzo e lo trovo banale patetico e dall’altra c’è il fatto che piace a tutti. Credo che piaccia a tutti perché è una lettura talmente scorrevole che ti fa sentire come se fossi un grande lettore perché va giù veloce ma solo perché non c’è niente non ci sono sentimenti non ci sono cose personali e tutta una descrizione in un compito in classe fatto per bene e quindi va giù. Anche io mi sono ritrovata facilitata dunque c’è anche questo lo scrittore riesce a scrivere per far sentire bene il lettore che dice cazzo so leggere.
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