Review: Il peso della farfalla

Il peso della farfalla Il peso della farfalla by Erri De Luca
My rating: 1 of 5 stars

ORRIBILE

hermio

Premetto una cosa fondamentale: odio i cacciatori. Tutti. Dal primo all’ultimo. Bracconieri o meno, li detesto profondamente: per me restano primitivi ignoranti e assassini, e non esistono mezzi termini per dirlo.
Perché ho letto questo libro? Mi è stato consigliato da una cara amica, l’avevo anche avvertita che il tema dei cacciatori avrebbe potuto impedirmi di apprezzarlo. Avevo ragione. Però mi piacciono le sfide, e sono comunque contenta di averlo letto, proprio per poterne parlare con cognizione di causa.

Detto questo, non riesco davvero a capire il senso di questo libro. Ho avuto per tutta la lettura l’impressione di trovarmi davanti a un autore pretenzioso, che tenta di fare il filosofo e il poeta della natura senza riuscire a trasmettere nulla di autentico. Si atteggia a amante della natura, ma non è mai chiaro cosa voglia davvero raccontare o dimostrare.

La storia parla di un bracconiere che passa la vita a cacciare camosci, ma nel racconto “sistema” anche caprioli, cervi e stambecchi. Qualsiasi cosa lo scrittore ci dica di lui lo rende solo ancora più detestabile. È un personaggio senza spessore, che non fa altro che cacciare, uccidere e basta. Ed è quindi noiosissimo.

Noiosa è anche la trama, perché di fatto non esiste. Da una parte c’è il bracconiere che va a caccia, dall’altra un camoscio, a cui lui ha ucciso la madre, e che diventa capo branco. Alla fine il bracconiere uccide anche lui e poi muore perché gli viene un colpo… causato da una farfalla che si posa su di lui.
Questa presunta “poesia della farfalla” è un tentativo goffo di essere filosofico fino all’ultimo, dopo che per tutto il libro l’autore ha cercato disperatamente di essere poetico descrivendo una natura in cui tutti fanno fuori tutti: aquile che attaccano i camosci, animali sbranati, sangue ovunque.

E qui nasce la domanda: perché?
Tutti sappiamo che la natura è crudele. Ma perché scriverla così, senza uno scopo, senza una vera riflessione, senza una trama? Cosa dovrebbe dimostrare tutto questo? Non dimostra neanche di saper raccontare una storia.

Come se non bastasse, viene anche umanizzato il camoscio, cosa che non ha il minimo senso. Un vero amante della natura non lo farebbe mai. Il libro non sa cosa vuole essere: a tratti favola, a tratti finto trattato filosofico, a tratti racconto, ma senza mai diventare davvero nulla. Manca una struttura, manca una trama, manca un motivo per andare avanti.

Il tutto si riduce a un ripetersi estenuante della stessa scena: il bracconiere che va a caccia. Sempre quello. Sempre uguale. Senza evoluzione, senza significato. Non c’è nemmeno una forma di vendetta naturale che possa dare un minimo di senso alla storia.

E come se non fosse abbastanza, per sfinire definitivamente il lettore, arriva un ulteriore capitolo in cui lo scrittore tenta ancora di fare il filosofo parlando di un albero… finché arriva il boscaiolo che lo abbatte.
Ma per favore. Scrivi qualcosa di vivo.

Un libro irritante, insopportabile, inutile. Per fortuna è corto, perché più di così non avrei potuto reggere.
Non leggerò mai più niente di questo autore.
Addio.

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