Review: Il problema dei tre corpi

Il problema dei tre corpi Il problema dei tre corpi by Liu Cixin
My rating: 1 of 5 stars

soporifero

hermio

Noiosissimo già dall’inizio: l’elenco dei personaggi è infinito, e se c’è bisogno di una lista per ricordarli vuol dire che sono troppi. Tanto, comunque, non restano impressi.

La parte iniziale, ambientata nella Cina degli anni ’60, è estremamente prolissa. Va bene costruire un contesto politico e culturale, ma qui si esagera: una scena che su Netflix dura cinque minuti occupa pagine e pagine. Il risultato è solo uno: noia.

Questo libro è soporifero. Le parti che cercano di essere “scientifiche” appesantiscono ancora di più la lettura: non è vera scienza, è fantascienza che si traveste da scienza, e tutti questi sproloqui finiscono solo per rallentare tutto.

La scrittura è semplice e super descrittiva, quasi come una sceneggiatura già pronta. Non a caso, nella serie molte scene sono riportate praticamente identiche, ma lì funzionano meglio: vengono condensate, filtrate, rese più chiare. Il libro invece affoga un’idea di base interessante in un mare di parole inutili che cercano di spiegarla quando non ce n’è bisogno.

La serie ha anche altri miglioramenti: l’ambientazione occidentale, per esempio, funziona meglio. Ma ha anche difetti evidenti, come l’aggiunta forzata di relazioni e scene inutili, inserite solo per fare effetto.

Tra i cambiamenti più inutili ci sono anche quelli dei personaggi, trasformati di genere senza un motivo apparente, probabilmente per un maldestro tentativo di risultare più inclusivi: il creatore delle nanofibre diventa una donna inglese, il “seguace” nel videogioco cambia genere… scelte che non aggiungono nulla.

Detto questo, la serie ha almeno provato a sistemare i personaggi, rendendoli più accattivanti e più adatti alla narrazione. Nel libro, invece, i personaggi sono deboli, i dialoghi lentissimi, tutti con la stessa voce, senza identità. Non ci si affeziona a nessuno.

È il classico esempio di una buona idea distrutta da una narrativa mediocre. L’idea di base c’è, ed è quella che Netflix ha cercato di salvare, ma nel libro viene completamente sommersa da conversazioni interminabili, spiegazioni inutili e personaggi detestabili.

E poi ci sono anche i documenti inseriti nella narrazione: a quel punto non è più un romanzo, è un’esposizione di appunti. E la differenza si sente.

Arrivare alla fine è stato uno sforzo. Avevo pensato di leggere tutta la trilogia per arrivare preparata alla serie, ma sinceramente non ne ho nessuna voglia. Non mi interessa.

La serie, per quanto si impegni, non riesce comunque a eliminare il problema principale: la storia resta piatta, lineare, senza emozioni. I personaggi sono tutti uguali, e non c’è nessun coinvolgimento.

Sia il libro che la serie si concludono con un nulla di fatto. Tre libri che in realtà sono un’unica storia divisa senza un vero motivo, allungata e annacquata. Non è una trilogia: è una storia spezzata.

La fantascienza qui pretende di essere scienza, ma quando entrano in gioco gli alieni questo tentativo perde completamente senso. Si passa troppo tempo a spiegare “come funzionano le cose” e nessuno a costruire una vera trama, fatta di emozioni.

E questo è il punto: mancano le emozioni. La storia scorre sempre nello stesso modo, piatta, atona, apatica.

Al cinema, da Star Wars a Avatar, passando per Passengers, i viaggi nello spazio funzionano perché raccontano storie di persone, non perché spiegano ogni dettaglio tecnico. Qui invece si fa l’opposto.

Una buona idea non basta per fare un libro. Conta come la racconti, e qui non funziona.

Addio a questa storia. Non ascolterò il secondo audiolibro e, a dirla tutta, non sono nemmeno così interessata alla seconda stagione della serie.

Io torno alla narrativa vera. Quando leggo voglio storie, non lezioni.
Se voglio studiare, vado altrove.

Addio.

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