La strada by Cormac McCarthyMy rating: 1 of 5 stars
Che palle

Uscito nel 2006, ormai è superato. Non è visionario: è proprio scaduto.
Possiamo dire, per esempio, che Isaac Asimov è un visionario: anche quando quello che raccontava oggi sembra passato, la sua immaginazione resta originale e potente. Qui invece no. Tutto quello che viene narrato l’abbiamo visto e stravisto. Più che un premonitore, sembra la prova di un’idea che non si sviluppa mai davvero.
L’inizio è pieno di cliché: mondo distrutto, padre e bambino che vagano, atmosfera alla The Walking Dead ma senza niente di nuovo. Anzi, lì almeno c’erano gli zombie. Qui non c’è niente.
Il problema principale è che non succede niente. Questi due vagano, vagano, vagano… ma per fare cosa? Non c’è una meta, non c’è una trama, non c’è un perché. Il libro è esattamente quello che dice il titolo: una strada. Solo quella.
E poi i personaggi: “l’uomo” e “il bambino”. Sempre così. Nessun nome. Nessuna identità. Nessuna personalità. Due pedine vuote di cui non ce ne frega niente. Quando uno scrittore non dà un nome ai suoi personaggi significa che non gli importa davvero di loro, e infatti qui si sente tutto. Io, non tifavo per loro, facevo il contrario: aspettavo che succedesse loro qualcosa, qualsiasi cosa… ma non succede mai niente.
I dialoghi sono ridotti all’osso e sempre uguali:
“Stiamo bene?”
“Sì, stiamo bene.”
“Dove andiamo?”
“Andiamo avanti.”
Sempre così. E ogni tanto spuntano riferimenti religiosi buttati lì, che non sembrano neanche sentiti, solo aria fritta.
Altro problema enorme: nessuno sa raccontare davvero il mondo post apocalittico. Tutti descrivono il dopo, ma nessuno sa spiegare cosa è successo. Qui non si sa niente: né come si è arrivati a questo punto, né cosa succederà dopo. È tutto sospeso, ma non in modo interessante. È semplicemente vuoto.
E poi le parti “filosofiche”: lo scrittore vuole trasmettere un senso di disperazione, oscurità, dolore… ma non arriva niente. Per riuscirci bisogna saper scrivere benissimo oppure aver vissuto certe emozioni. Qui non c’è nessuna delle due cose. Resta solo una pretesa continua di profondità.
Il libro è tutto uguale. Puoi aprirlo a qualsiasi pagina e trovi sempre la stessa cosa: l’uomo cammina, il bambino dorme, mangiano, si lamentano, vanno avanti. Stop.
Alla fine cerca anche di farti piangere con un finale costruito apposta, ma a quel punto il lettore si è già addormentato. Prima tutto nero, pessimismo totale, poi un happy ending ridicolo e completamente forzato. Fa più ridere che emozionare.
È la classica storia post apocalittica che si prende troppo sul serio: “noi siamo i buoni, loro i cattivi”, con questo falso eroismo continuo. Prevedibile fino all’inverosimile. Non si sa se è più soporifera o più prevedibile… forse è soprattutto insopportabile.
E pretenziosa. Con quel tono da filosofo che non si toglie mai, con le sue pseudo pillole di saggezza che risultano solo pesanti.
Una storia con due soli personaggi dovrebbe essere ancora più forte, più curata, più intensa. Qui invece sono solo marionette vuote.
In due parole: che palle.
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