Non ho mai letto né saputo niente di questa poetessa e questa serie mi ha aiutato a conoscerla un po’ a volerla conoscere meglio per quello che era un po’ più realmente di come l’hanno presentata.
La prima stagione l’ho trovata piacevolmente sorprendente e centrata in grado di catturare totalmente la mia attenzione.
Cercando forse di soddisfare un pubblico meno esigente di letteratura e più trash la serie è degenerata.
La storia di Emily non è stravagante, da quello che sappiamo era una ragazza che scriveva poesie tranquillamente nella sua casa e forse è questo che ha spaventato i creatori ovvero l’eccessiva normalità perché sembra che ormai per catturare l’attenzione dell’audience bisogna presentare una certa quantità di stravaganza sporca e questa è la strada che si è presa cozzando enormemente con Emily. Così per cercare la stravaganza e il trash hanno costruito false storie su storie intorno agli altri personaggi della sua famiglia cambiandoli distorcendoli e facendoli diventare a volte patetici così che molto troppo tempo è stato dedicato agli altri Dickinson tanto che la serie poteva tranquillamente intitolarsi i Dickinson (The Dickinson) un po’ tipo i Simpson (The Simpsons) anche
per il troppo voler divertire. Si è dispersa così la poesia, presentata in secondo piano e spesso dimenticata. Assurdo che Emily non era sempre presente in scena, si è inventato addirittura che era una specie di veggente confondendo il suo essere in realtà visionaria, banale la scelta di affibbiarle ridicole previsioni del futuro quando bastava dire che aveva delle visioni fantasiose che le permettevano di creare poesie interessanti.
Altra spreco è stato distorcere indebolire e nascondere con altre futili storielle la grandissima storia d’amore tra Sue e Emily! Ma come la fiction che ormai correre dietro all’idea di inclusione e ha sempre la necessità di mostrarsi dalle larghe vedute mettendo a caso storie gay si ritrova tra le mani una delle più interessanti storie tra due donne e non la sviluppa per niente? Ne sono rimasta infastidita ma neanche troppo sorpresa, alla fine come dico sempre l’inclusione è solo un’utopia, come lo è la capacità di riuscire ad accettare la gente semplice, Emily era una semplice scrittrice che scriveva cose grandiose e sicuramente la Apple ha avuto paura che questo fosse troppo poco per i suoi spettatori.
Un dovuto plauso però va fatto ai costumi e alla scenografia, impeccabili e curati segno che il potenziale c’era: è stato come allestire un grande teatro con un set meraviglioso chiamare il più prestigioso dei sarti ma poi mettere in scena uno spettacolo che avrebbe potuto brillare ma che si è deciso di imbrigliare e sminuire diluendolo con scene ridicole e fuori tema per paura di perdere quella frazione di pubblico che non ama la poesia. Così invece di tentare di istruire gli ignoranti si è preferito far diventare ignoranti gli intellettuali per avere un omogeneo pubblico dalle basse pretese.

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