Review: La ragazza che giocava con il fuoco

La ragazza che giocava con il fuoco La ragazza che giocava con il fuoco by Stieg Larsson
My rating: 1 of 5 stars

Lisbeth sa fare troppo
hermio

Nel secondo capitolo di Millennium il giornalista continua a farsi sentire più dello scrittore, e il problema è che tutto questo peso dell’informazione finisce per schiacciare la narrazione. Il libro sembra spesso più interessato a fare dossier sociali e politici che a raccontare davvero una storia. Lisbeth va in vacanza e invece di entrare subito nel vivo ci ritroviamo immersi in descrizioni infinite di luoghi, problemi sociali, traffici, contesti politici… roba che sembra uscita da un reportage più che da un romanzo. E guarda caso, appena arriva lì incontra subito un uomo che “odia” le donne. Tutto troppo costruito.

L’inizio è rallentato anche da un riassunto del libro precedente che spezza il ritmo e dà proprio la sensazione che l’autore stia parlando direttamente al lettore invece di narrare. E il problema della narrazione resta lo stesso: invece di mostrarci gli eventi, spesso ci vengono semplicemente spiegati come in un lungo riassunto di fatti.

Lisbeth continua a essere il punto forte della saga ma contemporaneamente anche il suo problema più grande. Nel primo libro risultava già irritante perché sapeva fare praticamente tutto; qui si supera. Adesso capisce pure la matematica avanzata senza difficoltà, apprende qualsiasi cosa immediatamente, sa combattere, hackerare, manipolare, sopravvivere, pianificare… non esiste nulla che non sappia fare. E questo invece di renderla forte la rende sempre meno credibile.

La parte della sua “vacanza” è assurda e fuori luogo: seduce un minorenne, si rifà il seno — scelta che sembra totalmente incompatibile con il personaggio — e tutto viene raccontato come se fosse perfettamente normale. Sembra quasi che Lisbeth venga continuamente modificata a seconda di ciò che serve allo scrittore in quel momento. E infatti tutto il suo passato emerge all’improvviso in questo libro, dando chiaramente l’impressione di essere stato inventato dopo il primo romanzo. Nei film svedesi questa cosa viene gestita molto meglio attraverso flashback intelligenti che fanno sembrare la sua storia già pianificata dall’inizio. Nel libro invece no: Lisbeth cambia continuamente e perde pezzi della propria identità.

Anche Mikael diventa sempre più insopportabile. Tutte le donne lo amano, tutte lo desiderano, tutte lo capiscono. Erica continua a ripetere all’infinito la storia del matrimonio aperto e tutto suona artificiale. Le donne della saga dovrebbero essere il simbolo della denuncia contro la violenza maschile, ma finiscono spesso per sembrare personaggi poco realistici, costruiti da uno scrittore uomo che vuole dimostrare qualcosa più che raccontare persone vere.

Il libro poi è pieno di dettagli ripetuti fino allo sfinimento: MacBook, caffè, tramezzini, computer accesi, gente che lavora sempre nello stesso modo. I personaggi sembrano bloccati in loop continui. Persino la distinzione tra “buoni” e “cattivi” diventa ridicola: i buoni usano Apple, i cattivi Windows. Veramente patetico.

Il problema più grande però è che qui manca proprio una trama forte. Nel primo libro almeno esisteva un giallo che riusciva a trascinare avanti la lettura; qui invece tutto gira in tondo per centinaia di pagine. La parte davvero interessante, cioè il legame tra Lisbeth e il cattivo, arriva troppo tardi quando il lettore è già esausto. E nel finale si sfiora il ridicolo assoluto: Lisbeth viene addirittura sepolta viva e riesce comunque a sopravvivere.

Il risultato è un libro sbilanciato, prolisso e ripetitivo, che spreca troppo tempo su dettagli inutili e troppo poco sulle emozioni vere. I film riescono a rendere Lisbeth più fragile, più oscura e più umana. Qui invece rimane un personaggio pieno di contraddizioni che finisce quasi per annullarsi da sola.

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